
Nel 2012 Facebook, Google e tutti i giganti statunitensi del Web dovranno rispettare la nuova normativa UE sulla privacy, senza potersi nascondere dietro carte da azzeccagarbugli o tecnologie cloud. Questo in sintesi il messaggio che il Commissario UE alla Giustizia, Viviane Reding, ha fatto tuonare da Bruxelles.
Entro fine gennaio 2012 infatti la Commissione Europea renderà nota la proposta di riforma della direttiva sulla protezione dei dati – risalente ormai al lontano 1995. "È un tema molto rilevante per i consumatori e le aziende a prescindere dalle frontiere. Deve quindi essere affrontato a livello europeo, attraverso elevati standard comuni con un approccio globale", ha dichiarato Reding, dopo il meeting con il Ministro tedesco per la Protezione dei Consumatori Ilse Aigner.
La privacy in Europa è un'altra cosa
"I consumatori in Europa dovrebbero vedere i loro dati fortemente protetti, a prescindere dal paese comunitario in cui vivono e a prescindere dal paese in cui le aziende, che elaborano i dati, sono situate".
In pratica si prospetta una sorta di rivoluzione per ogni settore online: dall'e-commerce al social networking. Ad esempio, proprio qualche settimana fa, Facebook è finita sotto i riflettori per aver violato la normativa irlandese sulla privacy. Come tante aziende statunitensi ha approfittato delle agevolazioni fiscali aprendo una sede legale a Dublino, ma sembrerebbe aver dimostrato scarso interesse nei confronti della legislazione del Vecchio Continente.
"Dobbiamo fare in modo che siano conformi con il diritto comunitario e che il diritto comunitario sia applicato anche se queste aziende hanno sede in un paese terzo e anche se i loro dati sono memorizzati in una cloud", ha aggiunto Reding.
Reding - Clicca per ingrandire
Nel comunicato del Commissario UE alla Giustizia non a caso vengono citati i risultati di un recente sondaggio Eurobarometro che evidenzia come il 70% degli europei sia preoccupato per l'utilizzo che fanno le aziende dei loro dati personali. Il 75% inoltre vorrebbe poter eliminare le informazioni personali ogni volta che lo desidera.
Per altro appare incomprensibile il fatto che non esista ancora un database unico che consenta ai consumatori di controllare a chi sia stato dato (e per quale motivo) il consenso all'utilizzo dei propri dati personali. Più che prendere una posizione massimalista - di fatto vorrebbe dire rinunciare alla gratuità online - sarebbe meglio consentire ai consumatori di far fruttare i propri dati. E in ogni caso prevedere la possibilità per chi lo desidera di essere cancellato da ogni database dell'universo.
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"Addirittura??? mi sembra un dato un po gonfiato.. dubito che 3 persone su 4 si preoccupano di questo."
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