Black Mirror Stagione 1: sguardo critico sulla tecnologia

Una serie inglese già diventata cult mette in guardia dalla tecnologia, le sue applicazioni e i possibili effetti sulle relazioni pubbliche e interpersonali. Cupa, realistica e distruttiva. In questo primo articolo ci concentriamo sugli episodi della prima stagione

Viviamo in un momento storico in cui la tecnologia ha invaso ogni aspetto della vita quotidiana: dalla comunicazione tra individui alla regolazione dell'intero mercato finanziario. I benefici che ne traiamo sono enormi, ma spesso dimentichiamo gli effetti sulla società, sulle dinamiche tra singoli e di gruppo. È molto difficile comprendere le implicazioni psicologiche di una nuova tecnologia poco dopo la sua diffusione, e forse l'inglese Charlie Brooker, la mente di Black Mirror, può essere considerato il primo autore del ventunesimo secolo a farci riflettere su questo tema.

Black Mirror è una serie antologica disponibile su Netflix: i singoli episodi hanno realtà e personaggi differenti, e ciascuno descrive come uno specifico tipo di tecnologia possa influenzare la sfera del pubblico e del privato. Il modus operandi di Brooker è quello classico alla base della fantascienza sociale: esagerare un concetto quel tanto che basta per spaventare e inquietare lo spettatore. E a volte neanche occorre dilatare troppo la realtà.

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Nel primo episodio, The National Anthem, si affronta il tema della viralità sul web. Seguiamo la storia del Primo Ministro inglese, costretto a pagare un riscatto per salvare un membro della famiglia reale, a costo di umiliare sé stesso in diretta televisiva. Già nei primi minuti emerge la pungente e a tratti delirante satira di cui Black Mirror è permeato, grazie a un dialogo spiazzante e surreale. Molto spazio è dato agli telespettatori che, come nel bellissimo The Truman Show, trascurano la loro vita per seguire l'evento, trepidanti per tutta la giornata, e per commentarne in diretta gli sviluppi. Un finale amaro sancisce definitivamente la dichiarazione d'intenti della serie.

In 15 Millions of Merits ci spostiamo in un imprecisato futuro remoto, dove la gerarchia sociale è modellata su quella televisiva: le celebrità comandano attraverso programmi mandati in onda 24 ore su 24, e i telespettatori pedalano tutto il giorno su una cyclette per fornire energia e guadagnare crediti (merits in inglese). Qui il reame dei talent show e dello star system non dà spazio ad amore o sentimenti, l'unica cosa che conta è guadagnare quei "15 minuti di celebrità" profetizzati da Andy Warhol. Una nota di merito va alla scenografia, una delle più opprimenti della serie, che concretizza in un inferno di schermi al plasma le paure dell'uomo moderno.

Nell'episodio finale, The Entire Story of You, viviamo la storia più intima delle tre: attraverso piccoli impianti sub-cutanei, l'uomo ha trasformato la vista e la memoria in un videoregistratore, e può rivedere e analizzare ogni singolo momento della propria vita. Ma anche un'invenzione apparentemente innocua può portare a forti squilibri nella vita delle persone, e basta un marito sospettoso e una risata al momento sbagliato per distruggere un matrimonio. Come nelle altre puntate, il protagonista è animato da buone intenzioni, ma in questo caso non è la società a distruggerlo: è egli stesso il fautore della sua disgrazia.

In definitiva, come si pone Black Mirror riguardo alla tecnologia? In queste prime tre storie è chiaro che Brooker non prospetta futuri rosei per l'uomo, eppure dall'ultimo episodio diventa chiaro che per lui la tecnologia è neutrale ed è il libero arbitrio umano a renderla uno strumento negativo. E voi, che avete letto questo articolo sullo schermo di un computer o di uno smartphone, quanto credete che lo Specchio Nero influenzi la vostra vita? (segue...)

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Le puntate precedenti della rubrica sulle Serie Tv sono qui.