L'equo compenso è una tassa, il resto sono frottole

Il TAR del Lazio ha respinto l'ennesimo ricorso sull'equo compenso. I giudici hanno stabilito che si tratta di una vera e propria tassa, e non di un corrispettivo per l'utilizzo delle opere altrui.

Il TAR del Lazio ha confermato per l'ennesima volta la legittimità dell'equo compenso, e quindi del decreto Bondi - che molti definisco una vera e propria tassa sull'elettronica. Ogni ricorso delle imprese è stato respinto in questi anni, anche se la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che il compenso per la copia privata debba essere correlato all'effettivo utilizzo (e non presunto) di un supporto o dispositivo. Insomma, le chiavette USB o i PC con o senza masterizzatore sono fra i tanti dispositivi che andrebbero esclusi dalla lista dei "tartassati".

"Andrebbero"; il tempo verbale è proprio quello giusto. Già, perché in Italia i giudici amministrativi hanno confermato che l'equo compenso per la copia privata è una vera e propria tassa, non un corrispettivo per l'utilizzo delle opere altrui.

All'equo compenso non si scappa

"Non può che giungersi alla conclusione che il pagamento dell'equo compenso per copia privata, pur avendo una chiara funzione sinallagmatica e indennitaria dell'utilizzo (quanto meno potenziale) di opere tutelate dal diritto di autore, deve farsi rientrare nel novero delle prestazioni imposte, giacché la determinazione sia dell'an che del quantum (An debeatur, NdR) è effettuata in via autoritativa e non vi è alcuna possibilità per i soggetti obbligati di sottrarsi al pagamento di tale prestazione fruendo di altre alternative", si legge nella sentenza n. 2163 del 2 marzo 2012.

"La disciplina contenuta nel decreto impugnato, infatti, in linea con le disposizioni del diritto comunitario e nazionale, non impone alcuna prestazione patrimoniale con riguardo all'uso professionale del prodotto ma, al contrario, stabilisce espressamente la necessità di prevedere esenzioni con riguardo all'uso professionale dell'apparecchio".

Insomma, ancora una volta è chiamato in causa il Governo che eventualmente dovrà imporre alla SIAE tutte le esenzioni del caso. "In tale prospettiva andrà, peraltro, ricordato che esenzione non significa rimborso e che SIAE, pertanto, dovrà stabilire con proprie convenzioni con tutte le categorie di soggetti interessati che l'equo compenso non è dovuto e non già, semplicemente, che può essere recuperato attraverso l'adempimento di complessi oneri burocratici", spiega l'avvocato IT Guido Scorza su LeggiOggi

L'effetto collaterale di questo approccio al problema è che gli editori potrebbero sfavorire i processi di innovazione per mantenere lo status quo (di ricavi). L'equo compenso è di fatto una variabile artificiale che altera gli equilibri di mercato e di sviluppo. Perché mai dovrebbe attivarsi un serio confronto sui diritti di copyright e sulle licenze quando c'è una banale tassa che si occupa di fare il lavoro sporco?