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5G, intercettazioni di polizia più complicate. Indagini UE a rischio

Il coordinatore della politica antiterrorismo dell'UE ha fornito uno studio ai Ministri degli Interni UE sui problemi di intercettazione (legale) 5G.

Le nuove reti 5G potrebbero rendere più difficili e complesse, se non proprio impedire, il tracciamento, l’intercettazione e la localizzazione delle comunicazioni di eventuali criminali e terroristi. Ne è convinto Gilles de Kerchove, coordinatore della politica antiterrorismo dell’UE, che venerdì 7 luglio – stando a quanto riporta oggi il quotidiano francese Le Monde – ha fornito un’approfondita relazione ai Ministri degli Interni dell’Unione Europea.

Il documento sembra confermare le stesse preoccupazioni espresse ad aprile dall’agenzia UE di polizia Europol. Insomma, oltre al tema del rischio spionaggio legato al caso Huawei emerge anche quello dell’attività degli inquirenti. Le Monde spiega che le rilevanze dello specialista francese confluiranno sicuramente nello “studio del rischio” che la Commissione UE presenterà in collaborazione con l’Agenzia europea per la sicurezza informatica (Enisa) su 5G e Huawei a ottobre.

Un recente studio di Statewatch, una ONG britannica impegnata nella difesa delle libertà digitali, sostiene che la rivoluzione 5G “crea panico tra i funzionari di sicurezza perché potrebbe ridurre drasticamente la loro capacità di effettuare intercettazioni legali”.

I problemi di intercettazione

Gilles de Kerchove scrive nel suo documento che l’identificazione e la localizzazione dei dispositivi mobili potrebbe complicarsi a causa della crittografia che renderebbe impossibile la lettura dell’IMSI (International Mobile Subscriber Identity) – il codice univoco che permette a una rete mobile di identificare un utente per ogni chiamata. Da ricordare che il codice IMSI è memorizzato sulla SIM e non è noto all’utente.

La normale procedura impiegata dalla polizia prevede il coinvolgimento degli operatori TLC, a seguito di un mandato di un giudice. Ma senza l’accesso all’IMSI ogni attività sarebbe infruttosa. L’alternativa sarebbe quella di impiegare i metadati, ma la procedura appare più complessa.

Se da una parte il dibattito tra protezione dei dati ed esigenze di sicurezza è sempre più caldo, dall’altro con la transizione alla 5G potrebbe manifestarsi l’esigenza di una maggiore invasività proprio perché la piattaforma tecnologica è più protetta.

Una soluzione potrebbero essere gli intercettatori che oggi sfruttano le falle della 4G, ma hanno il difetto di procedere a monitoraggio massivo. In pratica sono in grado di rilevare ogni tipo di dato in relazione a un’area. Il problema secondo Europol è che con la 5G gli utenti più smaliziati potrebbero essere in grado di rilevare gli intercettatori, vanificando ogni attività di sorveglianza.

Un’altra criticità, secondo gli esperti, è legata al fatto che la stessa architettura 5G e il cosiddetto “network slicing” – che consente di virtualizzare fette di rete per rispondere alle esigenze di servizi diversi – potrebbero essere soggetti a normative nazionali diverse. Insomma, la frammentazione normativa potrebbe complicare l’azione di indagine transnazionale. Infine c’è la criticità dell’edge computing che consentirà alle comunicazioni 5G di essere elaborate ai margini della rete invece che in nodi centrali come avviene oggi.

La sintesi per Europol e Gilles de Kerchove è che non solo dovrebbe esserci un approccio normativo uniforme a livello europeo ma anche, per quel che riguarda gli standard tecnici, non dovrebbe manifestarsi il solo peso esclusivo dell’industria.