Tom's Hardware Italia
Spazio e Scienze

Anche i robot possono avere pregiudizi? Secondo il MIT sì

Siamo abituati a concepire il pregiudizio come un tipico comportamento umano ma a quanto pare non è così, possono svilupparlo anche i robot. Questo almeno è quanto emerso da un'affascinante studio condotto dal MIT e dall'Università di Cardiff, che hanno analizzato i comportamenti dei robot all'interno di un simulatore per il lavoro di gruppo, scoprendo […]

Siamo abituati a concepire il pregiudizio come un tipico comportamento umano ma a quanto pare non è così, possono svilupparlo anche i robot. Questo almeno è quanto emerso da un'affascinante studio condotto dal MIT e dall'Università di Cardiff, che hanno analizzato i comportamenti dei robot all'interno di un simulatore per il lavoro di gruppo, scoprendo che appunto i robot sviluppavano pregiudizi riguardo ad altri robot che non facevano parte del proprio team.

Studiando le culture umane la cosa in realtà è nota: il pregiudizio è (purtroppo) radicato in natura e caratterizza le relazioni tra i gruppi umani a tutte le latitudini e in tutti i tempi. L'essere umano è portato a solidarizzare esclusivamente col proprio gruppo e tende a non riconoscere qualità positive a chi è fuori da questa cerchia. Dalle comitive di adolescenti alle tribù che utilizzano dispregiativi per identificare le altre popolazioni, passando per il tifo sportivo e i gruppi Facebook questo è un meccanismo assodato. Se ce ne fosse bisogno però ora arriva una conferma che tale meccanismo è insito nell'evoluzione.

robot 2
Photo credit – Depositphotos.com

I ricercatori infatti all'interno del simulatore avevano introdotto un meccanismo di donazione, tanto verso membri del proprio gruppo che verso quelli di altri, basato su strategie di donazione e reputazione dei singoli, scoprendo che nel corso del tempo i membri di ogni team avevano sviluppato pregiudizi verso i membri degli altri, copiando e replicando il comportamento appreso dal primo membro che avesse manifestato tale giudizio negativo.

Leggi anche: IA sessista, il peso degli stereotipi umani nella tecnologia

‎"Le nostre simulazioni dimostrano che il pregiudizio è una potente forza della natura e attraverso l'evoluzione, può facilmente essere incentivato in popolazioni virtuali, a scapito di una più ampia connettività con gli altri. Proteggersi da gruppi pregiudizievoli può inoltre condurre inconsapevolmente alla formazione di nuovi gruppi altrettanto pregiudizievoli, col risultato di avere una popolazione socialmente frammentaria. Tale pregiudizio diffuso è una volta radicatosi è difficile da far regredire", ha spiegato il professor Roger Whitaker dell'Università di Cardiff.

robot 1
Photo credit – Depositphotos.com

La cosa più interessante è che il pregiudizio non si formava quando all'interno di ciascuna popolazione erano presenti più sottogruppi dai tratti distintivi. "‎Con un maggior numero di sottopopolazioni, alleanze di gruppi non pregiudizievoli possono cooperare senza essere sfruttate‎. Ciò porta anche a ridurre il proprio status di minoranza, riducendo il rischio che pregiudizi emergano. Tuttavia ciò richiede circostanze in cui gli agenti abbiano una più accentuata propensione a interagire al di fuori del proprio gruppo", ha aggiunto ancora il professor Whitaker.

Niente di nuovo comunque. Già più di 50 anni fa l'antropologo culturale Claude Lévi-Strauss spiegava che nei rapporti tra popolazioni vige un comportamento di tipo metonimico: più cioè i due gruppi sono vicini e affini più si sottolineano le differenze in modo da affermare un'identità di gruppo altrimenti a rischio, mentre più si è diversi più si accentua la ricerca di similitudini in quanto la definizione identitaria non è a rischio ed è possibile collaborare. Che in futuro gli antropologi culturali debbano studiare le popolazioni di robot?