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Apple risponde (duramente) a Spotify sulla denuncia antitrust

Apple in un lungo comunicato ha deciso di rispondere alle accuse di Spotify. Secondo l'azienda non agisce in modalità anti-concorrenziale.

Apple ha deciso di rispondere alla denuncia antitrust di Spotify con un lungo post sul suo sito ufficiale. Il colosso californiano sembra voler smontare punto per punto ogni accusa mossagli dalla nota piattaforma di streaming musicale.

Prima di tutto svela una serie di dati: l’App Store dalla sua nascita avrebbe ricompensato gli sviluppatori con 120 miliardi di dollari e favorito la creazione di milioni di posti di lavoro. Per di più sottolinea di aver dato vita a una piattaforma sicura che consente a utenti e sviluppatori di godere di transazioni protette. Spotify stessa avrebbe goduto nel tempo di questi vantaggi considerato che la sua app è stata scaricata dall’App Store ben 300 milioni di volte.

Sulle presunte limitazioni imposte agli aggiornamenti, Apple ricorda di averne gestiti e distribuito ben 200 della app Spotify. L’unica volta che venne sollevata una criticità e richiesto un conseguente intervento fu in linea con quanto previsto dalla policy, che rispettano tutti gli sviluppatori.

Quanto alla presunta chiusura nei confronti di Siri e AirPlay, Apple ricorda che pur essendosi resa disponibile, Spotify ha sempre risposto di starvi lavorando in autonomia. L’app musicale risulta poi fra le poche selezionate per CarPlay e la più gettonata sugli Apple Watch – dopo la certificazione avvenuta a settembre 2018.

“Spotify è libero di creare app per i nostri prodotti e piattaforme e anche competere, e speriamo che lo facciano”, puntualizza l’azienda di Cupertino. “Spotify vuole tutti i vantaggi di un’app gratuita senza essere gratuito”.

Apple ricorda che oggi l’84% delle app presenti nell’App Store non paga nulla all’azienda poiché sono gratuite oppure generano entrate esclusivamente attraverso la pubblicità. Inoltre le transazioni commerciali delle app in cui gli utenti si iscrivono o acquistano beni digitali al di fuori dell’applicazione non vengono addebitate da Apple. Infine le app che vendono beni fisici, tra cui il servizio di guida e di consegna cibo, per citarne alcuni, non sono fatturate da Apple.

Il contributo del 30% richiesto da Apple vale solo nel caso si tratti di app a pagamento e per di più solo per il primo anno: a partire dal secondo anno la richiesta è del 15%.

Apple ha rilanciato ulteriormente evidenziando alcune caratteristiche del modello di business di Spotify. Da una parte ha ricordato che la maggior parte dei suoi clienti si affidano alla versione gratuita con pubblicità – dove Apple non chiede alcuna quota. Dall’altra che “una parte significativa dei clienti di Spotify proviene da partnership con operatori di telefonia mobile”. In questo caso però la piattaforma di streaming è costretta al pagamento di una simile commissione di distribuzione a rivenditori e operatori.

“Solo una piccola parte dei loro abbonamenti rientra nel modello di condivisione delle entrate di Apple”, però vorrebbero che fosse zero.

“Parliamoci chiaro sul significato. Apple collega Spotify ai nostri utenti. Forniamo la piattaforma con cui gli utenti scaricano e aggiornano la loro app. Condividiamo strumenti di sviluppo software critici per supportare la creazione di app di Spotify. E abbiamo creato un sistema di pagamento sicuro, non una piccola impresa, che consente agli utenti di avere fiducia nelle transazioni in-app. Spotify sta chiedendo di mantenere tutti questi vantaggi pur mantenendo il 100% delle entrate”, sottolinea Apple.

Insomma, il parere dell’azienda è che Spotify non sarebbe diventato quel che è oggi senza l’ecosistema dell’App Store. “Ma ora stanno sfruttando la loro economia di scala per evitare di contribuire a mantenere quell’ecosistema per la prossima generazione di imprenditori di app. Pensiamo che sia sbagliato”.

La chiusura finale è quasi spietata. Apple accusa Spotify di “spremere” artisti, musicisti e cantautori. Il riferimento è alla citazione depositata questa settimana per contrastare la decisione del Copyright Royalty Board degli Stati Uniti che ha chiesto a Spotify di aumentare i pagamenti delle royalty. La maggior parte delle piattaforme, tranne Apple, vi hanno aderito.

“Questo non è solo sbagliato, rappresenta un passo indietro reale, significativo e dannoso per l’industria musicale”, ha sostenuto Apple. “L’approccio di Apple è sempre stato quello di far crescere la torta. Creando nuovi mercati, possiamo creare più opportunità non solo per il nostro business, ma per artisti, creatori, imprenditori e ogni “pazzo” con una grande idea. Questo è nel nostro DNA, è il modello giusto per far crescere le prossime grandi idee per le app e, in definitiva, è meglio per i clienti”.