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Bitcoin, i nuovi ricchi fondano una città a Porto Rico

Utopisti o speculatori che non vogliono pagare le tasse? Un po' entrambe le cose. Un gruppo di nuovi ricchi statunitensi, in maggioranza californiani, che sono diventati milionari e miliardari con Bitcoin e altre criptovalute, si è da poco trasferito a Porto Rico. Qui sognano di fondare la prima criptocittà, una realtà utopica che mira a replicare la filosofia della blockchain: decentramento totale e assenza di qualsiasi autorità superiore. Ma anche assenza di tasse.

Devastata pochi mesi fa dagli uragani e con un'economia mai decollata, la povera isola di Portorico, associata agli Stati Uniti ma senza i pieni diritti di cittadinanza, tenta infatti da anni di attirare investitori dall'estero, concedendo loro totale esenzione dalle tasse sui redditi e sui capital gain e altre facilitazioni fiscali, per i primi 18 anni, a patto che assumano almeno tre portoricani, da retribuire tra l'altro con pochi dollari al giorno.

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Alcuni dei milionari statunitensi che vogliono fondare la città

Gli utopisti statunitensi hanno individuato in questa terra martoriata il loro Eden personale e, dopo essersi stabiliti in un vecchio hotel abbandonato e privo d'acqua stanno cercando di acquistare immobili e terreni per costruire la loro città ideale. In realtà, a chiamarli all'indomani della devastazione portata dagli uragani son stati gli stessi portoricani, in particolare i computer scientist Guillermo Aviles e Fabian Velez, fondatori di una non profit, TokenCoin, pensata proprio per aiutare la popolazione con le criptovalute.

Il gruppo di criptocolonizzatori ci ha messo poco a farsi un'idea dell'occasione unica che avevano dinanzi, come conferma uno di loro al New York Times: "Non è solo che non ci piace pagare le tasse. Portorico consente soprattutto di costruire qualcosa di totalmente nuovo. Puoi farlo solo dove si ricomincia da zero. Come qui: l'uragano ha spazzato via tutto".

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Una vista di Porto Rico

Da parte loro le autorità locali hanno tutte le intenzioni di collaborare e dare sostegno all'iniziativa di fondare "Puertopia" (questo il nome che dovrebbe avere Bitcoin city), nella speranza che porti sviluppo e un po' di benessere. Come ovunque accade però, mentre i portoricani conducono le loro difficili vite lavorando e pagando le tasse, i nuovi padri fondatori non fanno nessuna delle due cose nonostante siano ricchissimi e anzi si ritrovano la via spianata per la realizzazione dei propri sogni.

Noi restiamo a guardare, così come la maggior parte dei portoricani che magari ha perso tutto a causa degli uragani, chiedendoci quale utopia possa essere fondata sulla mancata partecipazione sociale e quale libertà – ispirata o meno alle blockchain – possa esserci dove permangono disparità sociali così forti.