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Cambridge Analytica, lo scandalo Facebook diventa una docu-fiction su Netflix ma la realtà della cronaca supera la fantasia

Su Netflix è sbarcato The Great Hack, docu-fiction sullo scandalo Cambridge Analytica che ha travolto Facebook nel 2018. I fatti di questi giorni sulle app di Facebook e Google che ricompensavano gli utenti disposti a condividere i dati personali superano però le tesi della fiction.

The Great Hack è una docu-fiction di Netflix sul famoso scandalo Cambridge Analytica che ha travolto Facebook lo scorso anno, la cui tesi di fondo è che certe tecnologie e certe persone possano davvero cambiare il corso della storia. Una teoria assai diffusa, che però non solo è assolutoria nei nostri confronti, come utenti colpevolmente (non) consapevoli di quei servizi, ma anche scientificamente infondata. La realtà è ben più complessa e, per certi versi, preoccupante, come dimostra la cronaca di questi giorni riguardante le app di Google e Facebook, che ricompensano gli utenti disposti a condividere i dati personali.

Il film ricostruisce gli eventi romanzandoli e concentrandosi soprattutto sulle storie di alcuni personaggi chiave più che sugli avvenimenti in sé, ma nel riproporre una chiave di lettura abbastanza diffusa manca probabilmente il bersaglio vero e risulta quindi meno efficace e inquietante di quanto gli accadimenti suggerirebbero.

Photo credit - depositphotos.com

Come ricorderete infatti Cambridge Analytica è stata accusata di aver sfruttato i dati raccolti da Facebook per profilare illegalmente gli utenti estrapolandone interessi e orientamenti al fine di influenzarli politicamente tramite inserzioni pubblicitarie e visualizzazione di contenuti ad hoc, al fine di pilotare le ultime elezioni negli Stati Uniti e il referendum sulla Brexit.

“Se ti offrono qualcosa gratis vuol dire che la merce sei tu”, recita un famoso adagio recente ed effettivamente è vero. La rete ci ha portato in un mondo virtuale di servizi gratuiti, che nel tempo hanno saputo diventare indispensabili per il nostro stile di vita (addictive technologies, tecnologie che creano dipendenza le definiscono gli esperti). In cambio siti e app vendono indubbiamente noi, i nostri dati, il nostro tempo, sotto forma dei cosiddetti big data.

I limiti di questo discorso, così come presentato anche in The Great Hack, sono però due. Il prezzo di tutti questi servizi gratuiti è indubbiamente la possibilità di penetrare le nostre vite in ogni più recondito anfratto, al fine di consentire ad altre imprese di venderci meglio i loro prodotti. Il problema però è che questi dati non ci vengono estorti con l’inganno ma richiedono la nostra disponibilità, cosciente o inconsapevole che sia, a farci trasparenti in cambio dei servizi a cui non sappiamo/possiamo rinunciare.

Certo, si può obiettare che spesso le clausole sulla privacy siano incomprensibili e irraggiungibili, ma è altrettanto vero che nessuno in fondo è interessato a leggerle e molti studi hanno dimostrato che la gran parte degli utenti non è mai entrata nelle opzioni per tentare quantomeno di configurare il servizio affinché rispetti quanto possibile la propria privacy. Il nemico non è la tecnologia, non sono i colossi del Web avidi e sfruttatori, ma la nostra pigrizia e la nostra passività nell’accettare la “proposta indecente” del baratto servizi/privacy.

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Il secondo punto è che tali imprese, attraverso le società di profilazione, provano indubbiamente a venderci un prodotto, o una linea politica, in modi sempre più irresistibili, ma la verità è che per ora la tecnologia per prevedere cosa desideriamo e quando è altamente imprecisa e inaffidabile, tante sono le variabili da mettere in conto e aziende come Cambridge Analytica sono spesso considerate alla stregua di cialtroni, imbonitori da fiera e venditori di pozioni magiche. Attualmente profilazione avanzata, psicometria o social network analysis sono più “vodoo science” che realtà di fatto, ma indubbiamente domani tutto questo potrebbe cambiare. L’ago della bilancia però saremo sempre noi e le nostre scelte. “Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quanto è profonda la tana del bianconiglio”. La nostra complicità è cruciale.

Gli eventi più recenti del resto lo confermano. È notizia di ieri infatti la revoca da parte di Apple del certificato aziendale a Facebook Research, l’app che riconosceva un compenso di 20 dollari al mese agli utenti che in cambio consentivano l’accesso completo ai propri dati, compresa cronologia delle chiamate e acquisti effettuati e che ha tracciato anche minorenni.

L’app creava una rete VPN sullo smartphone dell’utente, dirottando di fatto tutto il traffico web sui server Facebook. Per bandirla dall’app store Apple ha sfruttato un’irregolarità tecnica dell’app che infrange le proprie policy ma la sostanza non cambia: accettare soldi in cambio dei propri dati, in maniera consapevole. In molti hanno accettato.

Da un punto di vista tecnico l’app di Facebook era distribuita attraverso l’Apple Developer Enterprise Program, indirizzata agli sviluppatori e destinata unicamente alla distribuzione interna per aziende e società, che a quanto pare Facebook avrebbe invece sfruttato fraudolentemente per aggirare le policy di Apple e far distribuire un’app che altrimenti sarebbe stata respinta.

Ma Facebook non è sola. Dal 2012 Google offre gift card agli utenti disposti a condividere i propri dati tramite Project Screenwise che, su Android e iOS prende forma nell’app Screenwise Meter. Anche quest’ultima, come Facebook Research, viene inoltre distribuita tramite certificato Enterprise e potenzialmente è accessibile anche a minorenni che dovessero utilizzare lo smartphone di un adulto per le proprie attività.

Insomma, The Great Hack potrà anche essere una visione interessante, ma la realtà va ben oltre le ricostruzioni semplicistiche di fiction e media e, come nel migliore dei thriller ci riserva un colpo di scena finale: vittima e carnefice coincidono o quantomeno rappresentano due facce della stessa medaglia. Pillola rossa o pillola blu. Siamo noi a scegliere.

Social Network Analysis è un buon punto di partenza per iniziare a comprendere implicazioni e potenzialità di questa “scienza inesatta”.