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Change.org, tu partecipi loro vendono i dati

Sono molti quelli che almeno una volta hanno sottoscritto una petizione attraverso Change.org nel tentativo di fare pressione su questa o quell'istituzione per cambiare le cose. Definita il Google della politica moderna, Change.org è la piattaforma per il lancio di petizioni su temi politico-sociali più popolare al mondo, un gigante da centocinquanta milioni di utenti nel mondo, che crescono al ritmo di un milione alla settimana.

Nello scenario attuale la partecipazione democratica attraverso social e piattaforme online è un dato di fatto, come dimostrato dalle primavere arabe e altri eventi simili. Tuttavia, non bisogna confondersi e pensare che Change.org sia un'associazione progressista non profit, perché si rischia di prendere un granchio.  

Nata nel paradiso fiscale statunitense del Delaware, Change.org ha sede a San Francisco, nel cuore della Silicon Valley. Se è vero che consente a chiunque di avviare o sottoscrivere una petizione gratuitamente, è altrettanto vero che fa profitti attraverso le petizioni sponsorizzate, ossia quelle in cui il cliente, ad esempio ONG, paga per sapere chi contattare affinché la propria campagna abbia più possibilità di successo o raccolga più fondi.

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Attraverso le sottoscrizioni infatti Change.org accumula informazioni, che utilizza per profilare gli utenti; sono proprio questi i dati ambiti dalle ONG, che per averli pagano un prezzo. Secondo quanto emerso dall’indagine svolta dai colleghi di L’Espresso, infatti, si andrebbe da un massimo di 1,50 euro per pacchetti da meno di 10mila indirizzi mail, fino a 0,85 centesimi di euro per più di 500mila indirizzi.

Contattata per avere chiarimenti in merito, Change.org non ha smentito, dichiarando anzi che effettivamente il prezziario "varia da cliente a cliente e in base al volume degli acquisti". John Coventry, capo della comunicazione di Change.org , ha anche voluto precisare che, una volta che chi firma lascia spuntato il box con cui chi aderisce alla petizione chiede di restare aggiornato, "il suo indirizzo email viene fornito all'organizzazione che ha lanciato la petizione sponsorizzata, non ha importanza se la scelta è stata fatta consapevolmente o per trascuratezza, anche se Coventry si è detto ovviamente certo del fatto che "la stragrande maggioranza delle persone che scelgono quell'opzione si rendano conto che riceveranno email dall'organizzazione".

Thilo Weichert, ex commissario per la protezione dei dati del land tedesco Schleswig-Holstein ha contestato in tempi non sospetti la politica sulla privacy portata avanti da Change.org ed è proprio per merito del suo lavoro che ora la Commissione per la protezione dei dati di Berlino ha aperto un'inchiesta, ancora in corso, riguardo la poca trasparenza dell'azienda sull'argomento.

AGGIORNAMENTO DEL 19/07/20016

Abbiamo ricevuto la risposta ufficiale di Change.org all'articolo di L'Espresso, che pubblichiamo integralmente qui di seguito per correttezza di informazione:

Egregio direttore Vicinanza,

Le scrivo a nome di Change.org, in merito all’articolo “Così Change.org vende le nostre email” pubblicato ieri dall’edizione online dell’Espresso e firmato da Stefania Maurizi.

Poiché non abbiamo avuto l’opportunità di raccontare la nostra versione dei fatti, nonostante ripetuti e propositivi tentativi di dialogo con la collega Maurizi, mi permetta di farlo ora in questa lettera.

Partiamo dall’impostazione dell’articolo: il titolo suggerisce che Change.org venda indiscriminatamente indirizzi email. Questo non è vero. Offriamo in modo trasparente, pubblico e legale un servizio di lead generation, che si rivolge soprattutto ad associazioni di volontariato, le quali hanno interesse ad ampliare la propria platea di possibili donatori e volontari. Ogni utente ha la possibilità – ogni volta che firma una petizione sponsorizzata e vale solo per questo tipo di petizioni chiaramente identificate – di decidere se vuole essere contattato dall’organizzazione che sponsorizza l’annuncio e acquisisce la sua mail.

Inoltre, tutte le informazioni presenti nel pezzo pubblicato sono informazioni già pubbliche, addirittura molte vengono dalla nostra stessa piattaforma e alcune di queste non tengono conto degli ultimi sviluppi.

Da sempre diciamo che siamo una b corporation certificata e quale sia il nostro modello di business. Lo diciamo sul sito, sui social, ai media che vogliono ascoltare, in tutti gli eventi pubblici a cui andiamo. A riprova della nostra trasparenza abbiamo subito risposto all’unica domanda che la Maurizi ha deciso di porci, in merito al tariffario in suo possesso.

Il Big Brother Award e l’inchiesta in Germania sono notizie note da tempo. Soprattutto l’inchiesta è ancora in corso e proprio per questo ci saremmo aspettati che – mostrando correttezza professionale – la Maurizi raccogliesse anche la nostra versione dei fatti.  

In questo caso avremmo potuto rispondere che Change.org immagazzina il minor numero di dati possibile. Rispetto ad altre piattaforme di campaining online, l’unica cosa di cui un utente ha bisogno per firmare una petizione è un indirizzo email valido. Non controlliamo nomi e cognomi dei firmatari, né i loro indirizzi, né chiediamo altri dati sensibili o le loro opinioni politiche. E’ vero che i nostri server dati sono negli USA, così come è vero che in Europa siamo sotto la giurisidzione delle autorità per la privacy locali. Semplicemente – al momento – spostare i server sarebbe per noi un costo troppo grande da sostenere, che metterebbe a rischio l’intera piattaforma.

L’unica vera novità del pezzo pubblicato ieri è il tariffario delle email: un documento né riservato né difficilmente reperibile, ben noto ai nostri numerosi clienti e non pubblico solo per ovvi motivi di competizione commerciale con altri servizi di lead generation. Peraltro parliamo di un servizio, le “petizioni sponsorizzate”, che è destinato a chiudere in pochi mesi. Infatti, come abbiamo già pubblicamente annunciato (a Maurizi inclusa), questo servizio sarà spento in tutto il mondo dal primo gennaio 2017. Il nostro futuro di business sarà più incentrato sul creare nuovi servizi per la nostra grande community di utenti, a partire dal crowdfunding di progetti sociali.

Questo e probabilmente anche molto altro avremmo potuto dire alla Maurizi. Ma c’è il forte dubbio che non ci fosse interesse ad ascoltare, che ci fosse una tesi da validare, più che fatti da raccontare. Ma siccome sono certo che vogliate raccontare i fatti e non validare tesi, resto fiducioso che leggerà con attenzione queste mie righe e che, quando il servizio di petizioni sponsorizzate sarà definitivamente dismesso e avremo un nuovo modello di business globale, l’Espresso vorrà dare stessa rilevanza o quantomeno aggiornare con precisione questo articolo.

Spero di ricevere un suo riscontro in merito. Ovviamente sono a disposizione per eventuali domande e intanto la ringrazio per il tempo dedicato a leggere queste righe.

Buon lavoro,

Luca Francescangeli