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Facebook alle corde, Nuova Zelanda e Regno Unito fan volare ceffoni

“Sono dei bugiardi patologici…” ha twittato la scorsa notte il Commissario neozelandese per la privacy John Edwards, riferendosi a Facebook. Un tweet colmo di improperi che ha acceso così tanto gli animi – ancora scioccati dalla vicenda Christchurch – che lo stesso funzionario si è visto costretto a cancellarlo totalmente.

L’esternazione scomposta è nata come risposta all’intervista rilasciata da Mark Zuckerberg al canale TV statunitense ABC. In questa il fondatore di Facebook aveva bollato la condivisione dei video violenti riguardanti l’attentato come una responsabilità di alcuni utenti e non della tecnologia. Un’azione ex-ante, sempre secondo Zuck, potrebbe generare effetti collaterali negativi sull’esperienza d’uso. Come a dire che la condivisione in tempo reale di un compleanno è più importante delle esigenze di monitoraggio.

Edwards ha confermato al network radiofonico RNZ che l’azienda si è rifiutata di fornire al suo ufficio i dati riguardanti il numero di condivisioni violente che avevano a che fare genericamente con omicidi o altri reati. Insomma, a suo parere la posizione di Facebook è forviante.

Proprio oggi, sempre in questo ambito, il Department for Digital, Culture, Media and Sport inglese ha diffuso una proposta normativa che punta a creare un regolatore – finanziato dalle aziende – incaricato di occuparsi del fenomeno dei contenuti violenti online.

In pratica dovrebbe stabilire codici di condotta e un regolamento sulle modalità di rimozione, blocco dei siti e responsabilità delle piattaforme social, di file-hosting, di messaging, nonché motori di ricerca e i forum. In sintesi tutte quelle realtà che consentono l’individuazione o la condivisione di contenuti generati dagli utenti.

Una sorta di garante che però ha già registrato il parere contrario del think tank “The Institute of Economic Affairs”: l’iniziativa è stata citata come “draconiana”. Secondo il direttore dell’istituto, General Mark, il Governo potrebbe disporre fondamentalmente di un potere di censura, stabilendo cosa sia corretto o meno far circolare online.