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Facebook e Google, Trump li critica ma investe milioni di dollari per la campagna presidenziale

In questo primo scorcio di campagna per le presidenziali statunitensi del 2020, il presidente repubblicano in carica, Donald Trump, ha già investito quasi 6 milioni di dollari in campagne pubblicitarie tra Facebook e Google. Anche se è quasi il doppio rispetto a quanto speso da tutti i candidati democratici assieme, questi ultimi stanno facendo lo stesso, con in testa la senatrice Elizabeth Warren, sì, proprio quella che in questi giorni più fermamente ha parlato di monopolio da parte di Facebook e Google (ma anche di Amazon e Apple), proponendone lo spezzettamento come soluzione per aumentare la competitività.

Guardando i dati aggregati pubblicati dalla società di analisi Bully Pulpit e basati su quelli resi pubblici da Facebook e Google, fino ad ora Donald Trump avrebbe già investito 5,6 milioni di dollari in pubblicità, di cui 3,5 milioni su Facebook e poco più di 2 su Google. Molto distaccata Elizabeth Warren, che avrebbe investito 415.646 dollari su Facebook e 210.600 su Google. Via via a scalare tutti gli altri candidati.

Tralasciando il fatto che la nuova campagna mediatica del presidente in carica si avvia ad essere la più grande di tutti i tempi, il cortocircuito proviene dal contrasto tra le parole e i fatti di tutti i candidati. Proprio lunedì scorso infatti, attraverso il proprio account Twitter Trump sarebbe tornato ad attaccare i colossi dell’hi-tech, tra cui la stessa Twitter, affermando che siano apertamente schierati a favore dei democratici più radicali, ma rassicurando i propri elettori sul fatto che vincerà nuovamente. Dal canto suo invece come detto la Warren si è affacciata alla ribalta proprio grazie a una campagna contro i colossi e il monopolio che esercitano sul mercato.

Se vuoi raggiungere gli elettori attuali devi andare lì dove sono e loro sono ancora lì su Facebook e le sue sussidiarie (Instagram, WhatsApp, Messenger)”, ha spiegato Jessica Alter, co-fondatrice di Tech for Campaigns, il braccio armato digitale per le campagne di centristi e democratici. I dati del resto lo confermano: nonostante le ricadute negative degli scandali recenti, il 28% di tutto il traffico, diretto e indiretto, vero gli articoli su politica, leggi e governo viene tutt’ora da Facebook, mentre il 9% da Google (dati della società di analisi Parse.ly per quanto riguarda il mercato statunitense).

Il problema non sta nel pensare che i politici mentano sui problemi stringenti che colossi come Facebook e Google sollevano, ma sta nella loro credibilità. I social e i motori di ricerca possono essere potenti strumenti di persuasione, o quanto meno di diffusione asimmetrica di campagne politiche, di idee e visioni del mondo. Il fatto che chi li accusa ne sfrutti le potenzialità a proprio vantaggio non fa che confermare la problematicità di tali strumenti. Ma chi avrà il coraggio di affrontarli davvero se, al di là dei proclami, poi tutti vogliono cavalcare il toro?