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Facebook, un anno di bug e incidenti imbarazzanti

Da Cambridge Analytica a George Soros, per Facebook il 2018 è stato un anno costellato di difficoltà.

Qualche giorno fa Facebook ha tenuto la tradizionale festa natalizia dedicata ai dipendenti, ma tra festoni, costumi e sculture di ghiaccio, forse non c’è molto da festeggiare. Il 2018 è stato forse il peggiore anno per Facebook da quando esiste, e viene da chiedersi se i partecipanti alla festa si siano intrattenuti discutendo di renne e regali, o piuttosto preoccupandosi per il futuro dell’azienda.

Cambridge Analytica

Già, perché l’anno si è aperto piuttosto male con lo scandalo Cambridge Analytica, una vicenda talmente grossa che ne hanno parlato persino alcuni telegiornali; ma non abbastanza, perché molte persone comunque non hanno mai sentito quel nome o se lo ricordano solo vagamente.

Facebook aveva concesso alla società britannica l’accesso ai dati degli utenti, senza controllare adeguatamente l’uso che ne avrebbe fatto. Saltò fuori che li vendeva, e che era implicata in attività illecite mirate ad alterare le decisioni di voto in diversi paesi del mondo.

La vicenda portò al fallimento di Cambridge Analytica, poi rifondata in Emerdata. Mark Zuckerberg dovette dare spiegazioni davanti al Congresso (furono momenti imbarazzanti e divertenti) e per Facebook il problema è ancora più che aperto: è di qualche giorno fa infatti la denuncia da parte del procuratore generale  di Washington DC, che accusa l’azienda di aver comunicato in modo ambiguo riguardo l’accesso e l’uso dei dati personali.

Disturbi elettorali

La vicenda di Cambridge Analytica ha allarmato politici e osservatori in tutto il mondo. Se Facebook favorisce la circolazione di fake news e permette ad agenti esterni di interferire con i processi elettorali, allora Facebook è un problema. La società ha risposto rendendo un po’ più trasparenti le campagne, e bloccandone totalmente alcune, almeno in certe aree del mondo. È un passo avanti, ma difficilmente sarà sufficiente – a meno che il peso di questo social network non cali drasticamente. Cosa che tra l’altro potrebbe succedere nel corso dei prossimi anni.

Messaggi personali venduti

Il caso Cambridge Analytica non è l’unico. Facebook ha l’abitudine di condividere i dati dei propri utenti con altre aziende, come per esempio Spotify o Netflix; ed entro certi limiti è una cosa che fa con il nostro permesso. Quello che pochi si sarebbero aspettati è che anche i messaggi privati facessero parte del pacchetto, come è emerso alcuni giorni fa. Secondo un reportage del New York Times, Facebook non solo permette (o permetteva) di leggere i messaggi, ma offre persino l’opportunità di cancellarli. Offriva anche gli indirizzi email degli amici, almeno fino alla fine del 2017.

Questi passaggi rappresentano eccezioni alle regole che la stessa Facebook si è data, e che servirebbero a conservare un rapporto privilegiato con alcuni partner. Tra questi si fanno i nomi di Spotify, Netflix, Sony, Microsoft ed Apple; ma la lista è probabilmente più lunga. Alcuni di questi partner si sono detti “sorpresi” di quanta libertà di azione Facebook ha concesso loro.

Un bug dopo l’altro

Alcuni mesi fa Facebook ha scoperto un bug che metteva a rischio milioni di account, esponendo un elemento particolarmente delicato come è il token di accesso. La soluzione fu resettare gli accessi di milioni di utenti. Poi, solo pochi giorni fa, un altro problema ha portato all’esposizione delle fotografie di quasi sette milioni di persone. C’è anche stato l’incidente minore di un bug che ha sbloccato le blacklist di circa 800mila persone.

Localizzazione impossibile da fermare

Sempre nelle scorse settimane, si è scoperto che anche bloccando le funzioni di localizzazione tramite GPS, Facebook ottiene comunque la posizione dell’utente tramite indirizzo IP. Ecco perché si vedono comunque pubblicità localizzate sullo smartphone, anche se Facebook non ha accesso al GPS.

A onor del vero, in questo caso non è proprio un abuso. Il tracciamento dell’indirizzo IP per fini pubblicitari è una pratica comune (la fanno tutti) ed è specificato anche nei termini d’uso. Molti utenti però non sanno che esiste, e si sono sorpresi nel vedere annunci geolocalizzati anche dopo aver bloccato i relativi servizi.

Sta di fatto che è impossibile nascondere a Facebook dove ci si trova – e lo stesso vale praticamente per qualunque app tracci l’indirizzo IP. Il problema è che Facebook afferma, a proposito dei servizi di localizzazione, che “le persone hanno il controllo sulle informazioni di posizione, e vedranno annunci basati sulla posizione solo se i servizi di posizionamento sono attivi sul telefono”. Un’affermazione che a questo punto appare discutibile, visto che altrove nella documentazione di Facebook si dice che la posizione viene tracciata tramite IP.

George Soros

Altro giorno, altro grattacapo per Facebook. A novembre 2018 si è scoperto che sul social network erano attive alcune campagne mirate a screditare il magnate di origine ungherese. È uno dei fenomeni che definiscono questa decade (e forse la prossima), ma ciò che pochi si sarebbero aspettati è un’implicazione diretta di Facebook.

Prima il New York Times ha pubblicato un articolo secondo cui Facebook aveva assunto società specializzate per contestare alcune voci critiche verso l’azienda, collegandole a Soros. Poi Zuckerberg è intervenuto per dire che non ne sapeva nulla, e che ha interrotto immediatamente i rapporti con le agenzie incriminate. Di fatto Zuckerberg ha passato la patata bollente alla sua vice Sheryl Sandberg, il cui futuro nell’azienda è al momento piuttosto instabile.

Violenze via WhatsApp

Le false notizie circolano in tutto il mondo, e ognuno di noi ha probabilmente ricevuto almeno un messaggio dove si vuole “mettere all’erta” su un personaggio pericoloso o un certo veicolo che “gira in questi giorni”. Tutta robaccia da cestinare, ma qualcuno ogni tanto ci crede. E ogni tanto queste cose innescano una vera e propria caccia all’uomo, soprattutto quando ci sono immagini con volti e targhe riconoscibili.

In alcuni paesi il fenomeno è diventato incontrollabile: in India, pare, c’è stata una vera e propria ondata di linciaggi, spesso a danni di innocenti, con almeno un paio di persone finite all’obitorio. Il problema si è fatto sentire anche in Myanmar, dove Facebook (e altri) è stata accusato di non fare nulla per arginare l’ondata di violenza. Il governo dello Sri Lanka è arrivato a bloccare del tutto l’accesso ai servizi, pur di arrestare la circolazione di false informazioni.

Comunque Facebook non è l’unica a bollire in questo crogiolo, perché sono circa 50 le aziende accusate di essere corresponsabili di atti violenti.

Moderazione inesistente

Il problema della violenza e delle fake news è direttamente legato a quello della moderazione. Facebook si è data delle regole interne, e usa sistemi di AI per individuare contenuti illeciti. E anche personale umano, che a quanto pare fa un mestiere piuttosto usurante. Serve a poco e nulla: contenuti falsi e violenti abbondano e si diffondono con la massima viralità. A quanto pare, il controllo di Facebook funziona bene solo per bloccare immagini di nudo relativamente innocue e poco altro.

Le mail segrete

Verso l’inizio di dicembre il parlamento inglese ha reso pubbliche alcune email acquisite da Facebook, come parte di un’indagine. Centinaia di pagine che raccontano i sistemi che Facebook usa per tenere la concorrenza sotto controllo, garantirsi i massimi profitti e rendere i problemi meno visibili.

È da questi messaggi che si è saputo dell’accesso ai messaggi privati, ma anche di come alcuni concorrenti “selezionati” avessero un accesso artificiosamente limitato. Lo stesso Zuckerberg supervisionava il processo: il 24 gennaio 2013 avrebbe bloccato l’accesso a Vine, un’app sviluppata da Twitter.

Si sono anche interrogati su come copiare i dati delle chiamate e degli SMS da Android, per rendere più efficace il sistema che suggerisce nuovi contatti. Una strategia che poi non avrebbero messo in pratica per timore di effetti collaterali indesiderati.

In uno dei messaggi, l’Amministratore Delegato ha scritto “ciò potrebbe essere buono per il mondo ma non va bene per noi, a meno che le persone non condividano di nuovo su Facebook e che quei contenuti aumentino il valore del nostro network”.

Annus horribilis

Un 2018 da dimenticare per Mark Zuckerberg e tutto il suo team, come ricorda ironicamente il Guardian con un video che imita quelli generati da Facebook, ma mette uno dopo l’altro alcuni (solo alcuni!) dei momenti imbarazzanti dell’anno.

Comprensibile, dunque, che meno persone usino Facebook, anche se il calo nel ritmo di crescita non è poi così rilevante come ci si sarebbe potuti aspettare. Sono calati anche i profitti, un po’ perché tutti questi incidenti hanno pesato sul valore delle azioni, e un po’ perché gli interventi correttivi hanno alterato il mercato pubblicitario su Facebook – riducendo i guadagni.

Probabilmente i problemi per Facebook non sono finiti. E forse nemmeno per altri. Nel mondo c’è sempre più attenzione alla privacy, che per alcune aziende è praticamente la moneta principale. Così come c’è sempre più attenzione al controllo di fake news e contenuti violenti. Ai cosiddetti Over The Top si richiede che agiscano da editori e moderatori, ipotesi che hanno sempre amato quanto un vampiro ama la luce del sole – richiesta che tra l’altro si sovrappone e si intreccia con la tutela del copyright.

Ogni volta che un governo agisce su questi temi, limita la libertà di azione di Facebook e ne intacca i guadagni. Dunque dovranno trovare altri modi di fare soldi; modi che siano compatibili con le regole sulla privacy e sul controllo dei contenuti. Il che vuole dire cambiare il modello di business alla radice. Non sarà facile.