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Franceschini nasconde la verità sull’equo compenso

La ricerca di mercato che potrebbe disinnescare i rincari dell'equo compenso è dentro un cassetto del Ministro della Cultura Dario Franceschini. L'ha lasciata in eredità l'ex Ministro Bray, che a dicembre decise di placare le polemiche sul decreto "copia privata" commissionando un'indagine. Ebbene, oggi sappiamo che il documento esiste ma secondo indiscrezioni la segreteria del MiBACT (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) è convinta che i risultati non siano caratterizzanti.

L'avvocato Guido Scorza, specializzato nel settore digitale, oggi scrive che le nuove tariffe dell'equo compenso – la "tassa" per la copia privata che grava su quasi tutti i dispositivi hi-tech con spazio di archiviazione – potrebbero raggiungere complessivamente i 200 milioni di euro all'anno. Una soglia a dir poco eclatante, soprattutto se si considera che nel 2012 la Commissione UE stimava l'equo compenso europeo (almeno dove esiste) in complessivi 600 milioni di euro.

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Più fonti sostengono che si giungerà a un compromesso, ma difficilmente si starà sotto la soglia dei 130/150 milioni di euro – praticamente il doppio rispetto ad ora.

Dario Franceschini la settimana scorsa ha incontrato Confindustria Digitale e SIAE per fare il punto della situazione. Ebbene, pare che il rincaro programmato dello scorso dicembre sia (politicamente) inevitabile. Com'è risaputo SIAE ha un debito monumentale e per l'industria non è il momento di andare a cavillare su una tassa che in fondo pagano i consumatori finali. Anche se il presidente Gino Paoli dice che dovrebbero essere le imprese a farsene carico.

La tabella che aveva intercettato il Corriere

È davvero un peccato non poter dare un'occhiata a quel documento che sta nei cassetti del Ministro Franceschini, ma effettivamente sarebbe troppo rischioso svelare che l'equo compenso italiano è un'anomalia – almeno per dimensioni del prelievo – rispetto agli altri paesi. E poi c'è un dettaglio che filtra dai corridori del Ministero: quel rapporto potrebbe essere usato dalle associazioni dei consumatori per far affossare il decreto rincari dai giudici del TAR del Lazio.