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Garante della Privacy: è legittimo che un soggetto privato come Facebook possa censurare?

Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, è convinto che per contrastare il fenomeno online dell’incitamento all’odio (hate speech) si dovrebbero coinvolgere direttamente le Autorità e non lasciare campo libero alle piattaforme online. È recente ad esempio il caso di Facebook che ha oscurato le pagine del movimento “CasaPound Italia” e di “Forza Nuova”, di numerosi responsabili nazionali, locali e provinciali, del giornale “Il Primato Nazionale” e la maggior parte degli account simpatizzanti delle organizzazioni di estrema destra.

Se da una parte il comportamento della nota piattaforma social è nel solco del codice di condotta previsto dalla Commissione UE ormai dal 2016, dall’altra vi sono delle conseguenze sui diritti fondamentali non di poco conto.

“Il ruolo sociale delle piattaforme è tale che, oggi, ogni limitazione nel loro uso comprime inevitabilmente la libertà di espressione, con riflessi ulteriori quando oggetto di ‘censura’ siano idee politiche; incidendo dunque su libertà che costituiscono la ‘pietra angolare’ della democrazia”, sostiene Soro. “Allora, è legittimo che un soggetto privato quale Facebook limiti un diritto fondamentale, sulla base di valutazioni complesse quali quelle relative al carattere istigativo dei contenuti?”.

La questione di fondo è che secondo Soro questa attività non può essere affidata a degli algoritmi poiché la valutazione semantica dei contenuti è difficilmente delegabile a una macchina.

“Benché sia apprezzabile il tentativo di ridurre il grado di violenza che caratterizza la rete non vi è, quindi, il rischio che le piattaforme digitali divengano gli arbitri della libertà di espressione, disponendo così, di fatto, del potere di selezione dei contenuti da diffondere?”, si domanda il presidente dell’Autorità per la privacy.

Insomma, il tema è quello delle responsabilità, ovvero il fatto che soggetti privati possano sostituirsi alle autorità nella “rieducazione”.

“La responsabilizzazione dei gestori promossa ad esempio nel contrasto dell’hate speech, del terrorismo o a tutela del copyright è certamente positiva, in quanto minimizza il rischio di un uso illecito – in senso lato – della rete, in quella che è stata a ragione definita l’era del risentimento”, conclude Soro. “È indispensabile, però, che la composizione, in ultima istanza, di diritti fondamentali quali dignità e libertà di espressione sia sempre affidata all’autorità pubblica, impedendo tanto derive in senso lato “censorie”, quanto il rischio che la rete, da spazio di promozione dei diritti di tutti, divenga il terreno su cui impunemente violarli”.