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Garante privacy, diritto all’oblio possibile anche quando il nome non è indicato

Il diritto all’oblio è possibile anche quando il soggetto, ancorché non indicato esplicitamente tramite nome e cognome, può ancora essere identificabile tramite alcuni dati, come ad esempio una carica ricoperta in una determinata azienda? Per il Garante della Privacy la risposta, che ha messo fine anche alla querelle tra Google e un professionista, è sì.

Si tratta di un tema complesso e delicato, perché tira in ballo da un lato il diritto dei singoli utenti alla propria privacy, dall’altro il diritto di informare, ma anche gli interessi legati al possesso dei dati da parte dei colossi dell’Hi-Tech, che non vi rinunciano facilmente. In questo caso il diretto interessato aveva chiesto al colosso di Mountain View la rimozione di un URL che riportava alcune informazioni su di lui, ed era reperibile non digitando il suo nome e cognome, ma la carica di presidente ricoperta in una determinata cooperativa.

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La notizia, faceva riferimento a un rinvio a giudizio avvenuto 10 anni prima, ma anche se poi era arrivata una sentenza di assoluzione definitiva, l’articolo non era più stato aggiornato, per cui la sua reperibilità costituiva tutt’ora un grave danno per la reputazione del professionista, che aveva dunque chiesto a Google la rimozione appellandosi proprio al diritto all’oblio, richiesta rifiutata appunto per la mancanza di indicazioni dirette che consentissero l’identificazione della persona. Il Garante tuttavia ha deciso diversamente.

Secondo il GDPR infatti è da considerarsi un dato personale “qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile“. Il pregiudizio subito dal professionista inoltre nel caso specifico non era controbilanciato da un interesse della comunità ad essere informata, visto che le informazioni riportate erano ormai obsolete e non aggiornate. Ora Google ha 30 giorni per provvedere alla rimozione del link e darne comunicazione al Garante.