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Google bloccato in Cina per il congresso del Partito

Tra venerdì e sabato scorso l'accesso ai servizi Google è stato bloccato in Cina. Probabilmente un tentativo di prevenire proteste legate al congresso del PCC, che tuttavia si è interrotto quasi subito.

La Cina ha bloccato i servizi di Google venerdì scorso, probabilmente in un tentativo di limitare e controllare le comunicazioni durante la settimana occupata dal congresso nazionale del Partito Comunista Cinese, dal quale dovrebbe scaturire la prossima generazione della classe dirigente cinese.

Ancora una volta quindi l'azienda di Mountain View si vede compromessa dal regime di Pechino, una situazione che negli ultimi anni si è riproposta altre occasioni. Dal punto di vista pratico Google ha visto crollare il traffico su tutti i propri servizi, dalla ricerca a Gmail, passando dal Play Store.  

La Grande muraglia teneva fuori i nemici della Cina

Stando al Google Transparency Report i servizi Google sono tornati accessibili a partire da sabato 10 novembre, anche se per quanto riguarda la giornata odierna (12 novembre) i dati risultano frammentari – ma potrebbe semplicemente trattarsi di informazioni ancora incomplete.

L'interpretazione di quanto accaduto non è semplice. Da una parte il governo cinese ha fatto ciò che fa sempre all'avvicinarsi di un congresso decennale: fare il possibile per limitare movimenti di protesta in concomitanza con l'evento ufficiale. Dall'altra però il blocco è "scomparso" non appena i media di tutto il mondo ne hanno parlato: forse la nuova dirigenza cinese vuole dare un segnale di rinnovamento, o forse l'obiettivo era già stato raggiunto.  

In ogni caso la Cina resta uno di quei paesi – non certo l'unico – dove il governo fa di tutto e di più per impedire che i propri cittadini abbiano accesso libero all'informazione. Al di là di quanto accaduto venerdì infatti vale la pena ricordare che, oltre la Grande muraglia, non si aprono Facebook, Twitter, Bloomberg, New York Times, BBC, El Pais e altro. Tra i giornali italiani abbiamo verificato che risultano bloccati Il Fatto Quotidiano e Il Manifesto, mentre i siti di quotidiani più diffusi (Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa) sembrano accessibili.

Solo il tempo ci dirà se i nuovi dirigenti (molti di quelli attuali vanno in pensione) cambieranno questo stato di cose.