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Spazio e Scienze

“Hey tuta, riportami a casa”, mai più dispersi nello spazio

Se George Clooney avesse avuto una tuta spaziale dotata di un sistema di sicurezza automatico "take me home" il film Gravity sarebbe durato pochi minuti. E il Maggiore Tom di Space Oddity non sarebbe rimasto a galleggiare attorno alla sua scatola di latta senza poter fare nulla.  

Sicuramente non era a loro che pensava Kevin Duda, ingegnere dei sistemi spaziali di Draper, quando ha depositato il brevetto per un sistema integrato nelle tute degli astronauti, capace di riportarli autonomamente nell'astronave o nella stazione spaziale da cui sono usciti, anche se incoscienti o senza nessuno capace di prestargli aiuto.

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La questione centrale è la sicurezza: durante le attività extraveicolari (o passeggiate spaziali come le chiamiamo spesso) potrebbe in casi estremi accadere quello che in Gravity è stato portato all'estremo per esigenze cinematografiche. Il cavo di sicurezza che si spezza, oppure la riserva di ossigeno che sta per finire, oppure ancora il jetpack che resta senza propulsione. Non solo: orientarsi nello Spazio è difficile, e potrebbe accadere che un astronauta sia disorientato e non riesca a riprendere la direzione giusta per rientrare alla base, qualunque essa sia.

Sembra che stiamo parlando di un film, ma se ci pensate bene le EVA sono una realtà piuttosto frequente da tempo, e con un'assidua esplorazione spaziale non faranno altro che aumentare. Da qui la necessità di pensare a soluzioni per aumentare la sicurezza degli astronauti. Draper ha messo a punto la tecnologia automatizzata "Take-me-home" per trasformare le tute spaziali in veicoli capaci di riportare chi le indossa verso un rifugio sicuro.

Può attivarla chi la indossa, i compagni che gli sono accanto, ma anche gli esperti che seguono le attività in remoto dalla Terra o dalla stazione spaziale di riferimento: una volta attiva la funzione, i propulsori incorporati della tuta spaziale possono trasportare autonomamente l'astronauta in difficoltà verso un luogo sicuro preimpostato. Il trucco è quello di equipaggiare la tuta con sensori che ne tracciano il movimento e la posizione rispetto a quella di un oggetto relativamente stazionario come un veicolo spaziale. E di calcolare la traiettoria ottimale di ritorno tenendo conto dell'ossigeno residuo, del carburante rimasto per i propulsori e dei requisiti di sicurezza. 

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Questa non è l'unica funzione prevista. Se la situazione non è così critica si può usufruire di funzioni intermedie, per esempio per guidare l'astronauta verso la navicella mediante il supporto di segnali visivi che appaiono sulla visiera della tuta spaziale e che aiutano nell'orientamento. Oppure ancora indicazioni audio con le istruzioni passo passo sul da farsi.

L'idea è interessante e non è un caso che la NASA abbia sostenuto la ricerca di Draper e sia interessata ad andare avanti con la progettazione. Anche perché questa tecnologia può anche tornare utile qui sulla Terra, per esempio per gestire le emergenze durante i lanci dei paracadutisti, le immersioni dei sommozzatori o i pompieri al lavoro dentro un edificio in fiamme.


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