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IOTHINGS Rome 2017, ripensare la Smart City

In questi ultimi anni l'espressione Smart City è divenuta di dominio pubblico tanto che ormai anche i non addetti ai lavori ne conoscono a grandi linee il significato. Tuttavia ultimamente sono sempre di più le voci critiche che si alzano tra gli esperti nei confronti di questo concetto. Un ingiustificato entusiasmo tecnologico infatti ha finito per scambiare il mezzo col fine, pensando che iniettare tecnologia nei servizi quotidiani fosse sufficiente a migliorarli e a migliorare la vita dei cittadini. Ora invece che tali soluzioni si stanno man mano diffondendo, appare sempre più chiaro che la mancanza di standardizzazione e interoperabilità tra le varie tecnologie, di pianificazione da parte di regioni e comuni nella loro adozione e implementazione e di un quadro normativo omogeneo a livello nazionale, costituisca un problema non secondario.

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Non a caso Flavia Marzano, assessora alla semplificazione per il Comune di Roma, ha parlato di "ecotono digitale" per identificare il momento attuale, un concetto mutuato dalla biologia che identifica un ambiente di transizione tra due ecosistemi molto diversi tra loro. Allo stesso modo dunque anche il concetto di Smart City è ancora in divenire e questa sua natura ne definisce pregi e limiti attuali. Per comprenderne dunque entrambi gli aspetti all'IOTHINGS Rome 2017 si sono presi in esami alcuni case studies paradigmatici.  

Flavia Marzano e l'ecotono digitale

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Partiamo proprio dall'intervento dell'assessora capitolina che ha aperto la conferenza di ieri. Il territorio di Roma, con i suoi 1285 km2 comprende le città di Bari, Catania, Firenze, Milano, Genova, Palermo, Bologna, Napoli e Torino e pone quindi problemi enormi per chi voglia semplificarne le strutture rendendola "smart". L'avvio della sperimentazione 5G con Fastweb, dei piani di mobilità urbana e di energia sostenibili ed altri provvedimenti concreti, come la messa in cantiere di un sistema integrato di videosorveglianza da soli non possono bastare.

Fondamentale infatti è soprattutto smantellare i cosiddetti "silos organizzativi", in cui cioè ogni singola componente amministrativa procede per conto proprio, definendo invece progetti trasversali, in modo da ottenere un sistema che sia omogeneo e interoperabile.  

Marco Mena, Smart City Platform

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Marco Mena, Senior Adviser di Ernst & Young, network mondiale di servizi professionali di consulenza direzionale, revisione contabile, fiscalità e transaction, ha invece illustrato i risultati raccolti nel rapporto Smart City Index 2016, che cerca di fare un po' il punto della situazione in Italia per quanto riguarda la Smart City come fase del processo di urbanizzazione.

Per farlo EY ha proposto un modello architetturale "a 4 strati" in cui alla base troviamo lo sviluppo delle infrastrutture (WiFi, fibra, strade, parcheggi, trasporti, illuminazione pubblica, raccolta rifiuti ed altro ancora), fino ad arrivare alla realizzazione di applicazioni e servizi passando per i due livelli intermedi: sensoristica e service delivery platform, che si occupa di raccogliere i big data, analizzarli e sviluppare strategia di interoperabilità e multicanalità tra le diverse soluzioni.

Ciò che è emerso in Italia è uno scenario assai eterogeneo, dove non solo – com'è normale – alcune città sono più avanti e altre più indietro, ma dove alcune sono partite dalla realizzazione delle infrastrutture e altre invece direttamente dall'offerta di applicazioni e servizi. Tutto ciò porta a una enorme difformità dei servizi per qualità e quantità, a una interoperabilità pressoché nulla tra le varie soluzioni che non favoriscono di certo il cittadino, tantomeno il turista. Basti pensare a un viaggiatore che, visitando il nostro paese, si trovi a ogni spostamento a dover rieffettuare registrazioni, accessi, installazione di app etc.

Analizzando inoltre tramite sondaggio la soddisfazione dei residenti riguardo ai servizi digitali erogati dal proprio territorio (sentiment analysis) si è visto che essa non è legata tanto alla qualità e quantità degli stessi, ma soprattutto alla loro semplicità d'uso e alla loro accessibilità: un altro chiaro segno che le amministrazioni procedono senza prima aver compreso i reali bisogni della cittadinanza.

Gian Guido Folloni, Smart Italia

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Gian Guido Folloni è presidente di Isiamed, Istituto Italiano per l'Asia e il Mediterraneo, nato nel 1974 per promuovere le relazioni con i Paesi asiatici che non avevano ancora rapporti diplomatici con l'Italia, e poi evolutosi in una management company focalizzata sull'innovazione. Isiamed infatti si occupa principalmente di rendere le imprese e gli enti italiani competitivi nel nuovo scenario digitale, incidendo sulla governance, individuando le soluzioni tecnologiche migliori e curando la loro reputazione online.

La riflessione proposta da Folloni è interessante, anche se a nostro avviso di ardua realizzazione. La premessa è semplice: il diffondersi di app come Booking per gli alberghi o Uber per i servizi di trasporti, diffondono modelli organizzativi e di fruizione di tipo generale, non tagliati sulle esigenze e le potenzialità specifiche di un territorio e portano all'estero una percentuale consistente dei guadagni prodotti in loco. Per questo secondo Follini sarebbe necessaria una riqualificazione digitale della tipicità locale, sviluppando un approccio smart per i settori industriale, agroalimentare e turistico, un discorso se vogliamo sulla stessa lunghezza d'onda di quanto suggerito dal rapporto Smart City Index 2016.

Giulio Lascialfari, The Science of Where

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Molto interessante l'intervento di Giulio Lascialfari di ESRI, un istituto di ricerca per sistemi ambientali che si propone di portare avanti una nuova idea di Smart City, dove la tecnologia non è il fine, ma il mezzo per soddisfare i bisogni dell'uomo nel suo rapporto con l'ambiente circostante. Per farlo dunque ha messo a punto ArcGIS, una piattaforma che consente di raccogliere, analizzare e condividere in real time i dati provenienti da fonti eterogenee (sensoristica, satelliti, IoT e eprsino app come Waze, Uber o Twitter) integrandoli in un servizio flessibile, scalabile, customizzabile e interoperabile che può servire tanto a istituti di ricerca e università, quanto ad aziende private per strutturare meglio il proprio business, ma che può essere utilizzato con profitto da qualsiasi realtà locale, turistica, d'impresa etc. per fornire un servizio in grado di soddisfare la domanda specifica di chi si trova a vivere uno specifico territorio.

Yuri Chianese, l'IoT applicato alle auto elettriche

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L'intervento di Yuri Chianese di Ares2t si è concentrato sulla possibilità di applicare le soluzioni smart e connesse al settore dell'auto elettrica. Come sappiamo in futuro l'auto elettrica rivoluzionerà la mobilità. Tuttavia uno degli aspetti che più saranno cruciali nel favorire l'affermarsi di questo tipo di soluzioni è senz'altro la possibilità di reperire facilmente le cosiddette colonnine di ricarica: un aspetto sul quale l'Europa farà ingenti investimenti da qui al 2020 con la realizzazione di quasi mezzo milione di impianti, tra urbani ed extra urbani. In Italia invece siamo ancora indietro e, nonostante lo sforzo importante che affronterà ENEL nei prossimi anni il gap resterà rilevante.

Con questa prospettiva dinanzi, Ares2t si è chiesta come sia possibile migliorare la situazione per evitare l'emergere di difficoltà e problemi che ostacolerebbero l'adozione dell'auto elettrica da parte di un pubblico più vasto innescando un circolo vizioso in cui le auto non si vendono, gli impianti attuali non si ripagano e di conseguenza vengono a mancare gli investimenti per migliorare l'infrastruttura. La soluzione di Ares2t è lo sviluppo di un'app per i guidatori di veicoli elettrici che in pochi semplici passi consente di pianificare un viaggio tenendo conto di diversi parametri come autonomia del veicolo, tempi di ricarica e presenza di colonnine sul percorso, prenotare le colonnine lungo il percorso così da eliminare attese e ottimizzare i tempi, e gestire la ricarica stessa, avvisandoci del tempo residuo.

Daniele Mancuso, pianificare la mobilità attraverso l'analisi dei big data

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Daniele Mancuso, uno dei tre soci fondatori di Go Mobility, ha illustrato un case study in cui la raccolta e l'analisi dei big data può aiutare a pianificare una mobilità sostenibile per le città di domani. Go Mobility infatti opera nell'ambito di attività di pianificazione del traffico, offrendo un servizio completo a partire dal reperimento del dato di traffico fino al raggiungimento della migliore soluzione per la criticità individuata, passando attraverso l'elaborazione del dato, l'elaborazione progettuale e la sua verifica attraverso l'ausilio di simulatori a scala adeguata.

Un elemento di forte interesse emerso nel case study di Milano sui modelli di impiego delle auto tradizionali e di quelle in sharing è che, fondamentalmente il loro utilizzo è molto simile e che, in entrambi i casi, esse trascorrono la maggior parte del loro tempo parcheggiate. Questo significa che non è il tipo di vettura a incidere sul modello di utilizzo, ma invece è lo stile di vita, l'agenda di ciascuno di noi a dare forma alle abitudini d'uso. Solo attraverso l'analisi dei big data è dunque possibile sia per le agenzie di sharing sia per gli amministratori, immaginare nuove soluzioni per ottimizzare o incrementare la fruizione di un servizio.

Paola Pierleoni, IoT per la cultura

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L'ultimo evento della giornata è stato tenuto da Paola Pierleoni, docente dell'Università Politecnica delle Marche, che ha illustrato il funzionamento di un innovativo sistema di illuminazione realizzato in collaborazione con iGuzzini per risolvere alcuni problemi della Cappella degli Scrovegni a Padova, dimostrando come l'IoT possa essere una soluzione funzionale anche alla valorizzazione del patrimonio culturale.

Com'è illustrato benissimo dal video precedente, la Cappella aveva alcuni problemi di illuminazione e quindi di fruizione dei dipinti, dovuti alla disposizione asimmetrica delle finestre. Il sistema messo a punto, basato sull'impiego di alcuni sensori e soprattutto sull'implementazione di soluzioni originali che hanno reso l'intero sistema facilmente fruibile tramite l'assegnazione di un indirizzo IP a ciascuno dei singoli componenti e all'uso di un'app, ha consentito di rispondere a diversi problemi. Anzitutto si sono abbattuti i consumi energetici di ben il 60%, si sono eliminate le radiazioni infrarosse e ultraviolette dell'illuminazione precedente, nocive per i pigmenti, e si è ottenuto un sistema in grado di variare intensità e temperatura colore, così da offrire un'illuminazione ottimale ed omogenea di ogni ora della giornata e in ogni condizione atmosferica.