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La Cassazione è trasparente ma forse esagera. E la privacy?

La Corte di Cassazione ha pubblicato online 159.398 documenti con le sentenze civili degli ultimi 5 anni, con nomi e cognomi in chiaro. La privacy che fine ha fatto?

Fra datagate, Fappening e cause europee contro Google per la gestione dei dati personali degli utenti, i consumatori hanno imparato ormai fin troppo bene cosa significhi violazione della privacy. E se un tempo pochi vi facevano attenzione, oggi sono sempre di più quelli che, davanti all'evidenza, hanno imparato a stare molto attenti all'uso improprio delle informazioni private.

Anche l'Unione Europea è scesa in campo sancendo la sacralità dei dati personali con il diritto all'oblio. A tutto questo però si contrappone un'altra esigenza, che è quella della trasparenza da parte delle istituzioni, che in genere è sintomo di correttezza, chiarezza e democrazia.

Il giusto equilibrio è difficile da trovare, ma a volte non lo si cerca nemmeno. È il caso della Corte di Cassazione, che in nome della trasparenza ha pensato bene di rendere accessibile in una sezione dedicata del suo sito internet – SentenzeWeb – un potente motore di ricerca che permette a tutti i cittadini di accedere a tutte le sentenze civili degli ultimi cinque anni. I documenti, in formato PDF, sono stati copiati e incollati, senza alcun intervento di salvaguardia della riservatezza dei dati personali.

Perché? La Corte Suprema ha scritto che "l'apertura degli archivi delle sentenze civili e penali della Cassazione alla libera consultazione da parte del cittadino è coerente con l'obiettivo di rendere più trasparente e fruibile il servizio giustizia, perseguito nella realizzazione del nuovo sito; risponde inoltre ad una esigenza più volte segnalata dai cittadini ed in particolare dagli avvocati. Il sistema di ricerca sulle sentenze, in fase sperimentale, è intuitivo e non necessita di specifiche competenze giuridiche".

Si tratta di sentenze civili, non penali, ma mettere in piazza l'identità delle persone che hanno fatto ricorso alla magistratura per risolvere i loro problemi può avere conseguenze decisamente spiacevoli. Finora potenziali datori di lavoro, locatari, corteggiatori e amici curiosi andavano su Facebook per farsi un'idea di chi avevano davanti.

SentenzeWeb

Adesso potranno rovistare fra gli atti della Suprema Corte. Per fortuna non tutti hanno varcato nella vita la soglia di un'aula di giustizia, però grazie al diritto l'oblio chi ha avuto quest'esperienza dovrebbe avere diritto alla riservatezza. Invece chi ha affrontato un processo per non avere pagato l'affitto potrebbe vedersi rifiutare un finanziamento per l'acquisto dell'auto perché poco affidabile nei pagamenti. Di esempi ce ne sarebbero a milioni, ma tutti conducono al tema della tutela della privacy.

La pensa così anche il Garante per la privacy, Antonello Soro, che pur apprezzando le finalità dell'iniziativa, ha ammesso che "non può non suscitare più di una preoccupazione in ordine al diritto alla protezione dei dati personali (spesso anche sensibili e giudiziari) degli interessati". Ecco quindi la richiesta formale del Garante affinché la Corte di Cassazione oscuri nomi, cognomi e ogni riferimento che riconduca all'identità delle persone coinvolte.

Grazie Soro, ma la domanda nasce spontanea: c'era bisogno che intervenisse il Garante con una richiesta formale affinché un'istituzione legislativa si accorgesse di uno svarione così grossolano?