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Maniac, una miniserie amorfa ma non priva di sostanza

Netflix ultimamente si comporta in modo schizofrenico. Certo, non è facile rimanere a galla nel mercato dell'entertainment avendo come sola arma le proprie serie TV e film, ma le tantissime (e in aumento) produzione locali stanno mostrando uno squilibrio qualitativo evidente e senza controlli di sorta. Un po' dando ragione alla gag di South Park, […]

Netflix ultimamente si comporta in modo schizofrenico. Certo, non è facile rimanere a galla nel mercato dell'entertainment avendo come sola arma le proprie serie TV e film, ma le tantissime (e in aumento) produzione locali stanno mostrando uno squilibrio qualitativo evidente e senza controlli di sorta. Un po' dando ragione alla gag di South Park, l'azienda di Los Santos ha ultimamente il grilletto facile nel dare luce verde ai progetti più strani e strampalati che poi invadono mensilmente il servizio, creando non poco scetticismo negli abbonati. D'altra parte, e per fortuna, le produzioni di qualità continuano ad esistere e spiccare nel marasma.

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In questo caso parliamo di Maniac, una miniserie esclusiva che ha fatto rizzare le antenne ai curiosi grazie ai nomi coinvolti e allo script di indubbio interesse: le malattie mentali, viste sotto un'ottica non convenzionale e con interpreti d'eccezione quali Jonah Hill (Wolf of Wall Street) e Emma Stone (Birdman, La La Land).

Adattamento statunitense dell'omonima miniserie norvegese del 2014, invece che concentrarsi sui mondi di fantasia immaginati da un uomo internato in un ospedale psichiatrico questa versione esplora le vite di Owen e Annie, due personalità agli antipodi: lui pecora nera di una prestigiosa famiglia con tendenze schizofreniche, lei tossicodipendente al verde con problemi di affettività.

Casualmente (o forse destino?) i protagonisti partecipano allo stesso test farmaceutico di una terapia neurologica sperimentale nella speranza di guarire dalle proprie nevrosi, e per una serie di coincidenze ed errori da parte dei dottori, i due inizieranno a formare un legame in un mondo dove il confine fra fantasia e realtà diviene sempre più labile.

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Il perno narrativo su cui si regge lo show è proprio questo: l'incertezza persistente dei personaggi – e degli spettatori con loro – ad accettare sin dai primi minuti quello che vedono. Ci viene presentata una New York in salsa retro futuristica, dove tecnologie analogiche degli anni '80 – ancora con il monopolio giapponese – si sposano con robot spazzini e pupazzi parlanti.

La sapiente mano registica di Cary Joji Fukunaga (la prima stagione di True Detective, Beasts of No Nation sempre per Netflix) mostra in appena un episodio l'alienazione e l'isolamento in cui vivono i protagonisti, e spiega efficacemente le loro ragioni per partecipare al test senza usare dialoghi superflui.

In maniera simile a quanto accaduto con The OA, Maniac cambia velocemente struttura narrativa, rinchiudendo l'azione dentro le asettiche mura del laboratorio. Lo spazio chiuso ha da sempre rappresentato un'opportunità narrativa per spingere all'analisi e al confronto dei personaggi "intrappolati", ma la miniserie Netflix ribalta questo espediente in maniera originale: sotto l'effetto delle pasticche sperimentali, Owen e Annie esplorano il proprio inconscio attraverso una serie di sogni assurdi e strampalati, ma restano assolutamente coerenti nell'affrontare in prima persona i propri demoni interiori.

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Questa intuizione non solo movimenta l'azione, ma regala anche diversi momenti comici ben riusciti che destrutturano in maniera sagace le trame di stampo hollywoodiano – l'epopea fantasy simil-tolkeniana, l'intrigo internazionale di spionaggio verso alieni, per citarne un paio – e le mettono al servizio della riabilitazione psichica dei protagonisti.

Non manca la presa in giro di alcune idee registiche che hanno spopolato nella serialità: uno su tutti il piano sequenza d'azione in un corridoio, una tecnica che lo stesso Fukunaga lanciò anni fa in True Detective e di cui oggi si fa beffe con il goffo Jonah Hill che uccide quasi per caso anonimi sgherri che sbucano da ogni porta e parete.

dottor fujita

In mezzo a questo voluto disastro visivo, il fulcro dello show restano i due interpreti principali, che anche nel contesto televisivo dimostrano di essere tra i migliori attori della loro generazione. Se la Stone si riconferma una garanzia – e ricompensata con un premio Oscar – la vera sorpresa è il suo comprimario, da sempre conosciuto per i ruoli comici.

Tralasciando qualche segmento volutamente assurdo, questa versione dimagrita dell'attore regala una prova drammatica molto intensa e che rappresenta fantasticamente la confusione mentale della sua maschera, fra incapacità di comunicare con il prossimo e la paura di ferirlo con le sue ossessioni. Anche la natura del loro rapporto viene esplorata senza cadere in tristi e ripetitivi cliché amorosi, preferendo mostrare la nascita di un'amicizia più profonda e basata sull'accettazione delle proprie disfunzionalità.

Maniac rispetta l'interesse che aveva suscitato inizialmente senza tradire le aspettative: uno show dalla struttura non convenzionale ma che non perde mai di vista quello che vuole raccontare, coadiuvato da un colpo d'occhio interessante e unico, frutto di mani esperte e che spicca sulla mediocrità che ultimamente vediamo su Netflix.


Tom's Consiglia

Ha ancora molto da dimostrare, ma il lavoro registico migliore di Fukunaga resta indubbiamente la prima stagione di True Detective.

Birdman Birdman