Spazio e Scienze

Missione Marte: un farmaco per difendersi dalle radiazioni?

Le radiazioni marziane in questi giorni sono sotto i riflettori. La questione è nota da tempo: Marte non ha una magnetosfera protettiva come quella della Terra, e stando alle rilevazioni effettuate dalle numerose missioni robotiche sul Pianeta Rosso sappiamo che la superficie di Marte è esposta a livelli molto più elevati di radiazione rispetto alla Terra, dovute principalmente ai raggi cosmici e al vento solare.

Un dato di fatto che prospetta complicazioni non indifferenti alla vita dei potenziali coloni, o anche solo di "visitatori occasionali" come gli astronauti in missione. Appurato che le radiazioni ci sono, la questione oggi è come fare per fronteggiarle ed evitare l'insorgenza di malattie o problemi.

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Ricostruzione grafica di una tempesta solare che investe Marte – Crediti: NASA

Una possibile risposta è nel lavoro della neuroscienziata Susanna Rosi (direttore della ricerca neurocognitiva nel centro cerebrale e spinale per lesioni cerebrali dell'UCSF, professore al dipartimento di fisioterapia e riabilitazione e di chirurgia neurologica), che con il suo gruppo di ricerca della UCSF (University of California, San Francisco) ha identificato un primo potenziale trattamento per i danni cerebrali causati dall'esposizione ai raggi cosmici. Si tratta di un composto farmaceutico simile al PLX5622 prodotto dalla californiana Plexxikon, un inibitore della molecola CSF1R. Sperimentazioni passate avevano dimostrato che questo farmaco può essere un potenziale aiuto per prevenire deterioramenti cognitivi in ​​seguito ad alcune cure per il cancro al cervello come per esempio la radioterapia, o al deterioramento cognitivo a seguito di interventi chirurgici subiti da pazienti anziani. Altri studi ne stanno verificando la potenziale efficacia con malattie degenerative di vario genere.  Nei casi finora sperimentati in laboratorio con i topi è emerso che il declino cognitivo possa essere causato ​​da cellule immunitarie specializzate del cervello, chiamate microglia.

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Dallo studio della dottoressa Rosi emerge che lo stesso principio possa previene il deterioramento della memoria nei soggetti (anche in questo caso topi) esposti a radiazioni spaziali simulate per un giorno, con il supporto della della Loma Linda University. Gli esperimenti sono stati condotti presso il NASA Space Radiation Laboratory presso il Brookhaven National Laboratory di New York, l'unica struttura nel paese in cui tali esperimenti sono possibili.

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Cellule della microglia. Crediti: Wikipedia

Lo studio, durato quattro anni e finanziato dalla NASA, è stato pubblicato il 18 maggio 2018. Il primo esito è stato che l'esposizione dei topi alla radiazione spaziale simulata ha causato problemi con la memoria, nelle interazioni sociali e nella manifestazione di stati d'ansia. Il secondo passo è stato stabilire il nesso fra questi sintomi e l'esposizione alle radiazioni, che attiva cellule chiamate microglia – che sono parte integrante del sistema immunitario del cervello. L'attivazione della microglia a sua volta genera una infiammazione cerebrale simile a quella che si osserva nei disturbi neurodegenerativi come il morbo di Alzheimer.

Rosi ha spiegato a SpaceDaily che "stiamo iniziando ad avere le prove che l'esposizione alle radiazioni dello spazio profondo potrebbe influenzare la funzione cerebrale a lungo termine, ma per quanto ne so, nessuno ha valutato eventuali contromisure che potrebbero proteggere il cervello degli astronauti contro questo livello di esposizione alle radiazioni".

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Il gruppo di ricerca ha compiuto questo passo, trattando i topi che erano stati esposti alle radiazioni con il PLX5622 per 15 giorni. Gli animali irradiati (e non trattati con il farmaco) inizialmente non hanno mostrato deficit cognitivi, ma dopo tre mesi hanno iniziato a mostrare segni di deterioramento della memoria. al contrario i topi che erano stati trattati con il PLX5622 subito dopo essere stati esposti alle radiazioni non avevano mostrato problemi di memoria.

L'esame autoptico delle cavie ha mostrato grandi quantità di microglia attiva e la perdita di un numero significativo di sinapsi nel cervello dei topi non trattati, mentre quello dei topi trattati con il farmaco sembrava normale. I ricercatori ipotizzano che costringendo il cervello a sostituire la microglia irritabile esposta alle radiazioni con una microglia sana, il farmaco abbia permesso agli animali di evitare le conseguenze cognitive dovute alle radiazioni.

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Secondo voi potrebbe essere questa l'etichetta del farmaco antiradiazioni? Crediti immagine: DeviantArt

"Questa è davvero una prova chiara, in primo luogo del fatto che la rigenerazione della microglia del cervello possa proteggere la funzione cognitiva in seguito all'esposizione alle radiazioni, e in secondo luogo che non dobbiamo necessariamente trattare i pazienti immediatamente dopo l'esposizione alle radiazioni affinché il farmaco sia efficace", ha concluso Rosi.

Ovviamente questo non è l'unico studio della NASA per tutelare gli astronauti dalle radiazioni; sono al vaglio barriere protettive esterne quali astronavi, ambienti in cui risiedere e tute spaziali, e si auspica che da qui a quando l'uomo arriverà fisicamente su Marte saranno pronti sistemi di protezione efficaci.  

 


Tom's Consiglia

Questa tuta spaziale EraSpooky non vi proteggerà certo dalle radiazioni marziane, ma a una festa in maschera qui sulla Terra vi garantisce di non passare inosservati!