Spazio e Scienze

NASA, le tre migliori idee per gestire la pupù spaziale

A novembre 2016 la NASA aveva indetto il concorso Space Poop Challenge per trovare una soluzione a un annoso problema: come gestire gli escrementi degli astronauti per un massimo di sei giorni consecutivi nel caso in cui dovessero "farsela addosso" nella tuta spaziale, in condizioni di microgravità. Il concorso è terminato e l'Agenzia ha assegnato 30mila dollari ai tre progetti migliori, che adesso verranno esaminati e studiati dagli scienziati per l'integrazione all'interno delle tute spaziali per l'esplorazione dello Spazio profondo.

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Non è detto che la NASA utilizzerà direttamente le soluzioni vincenti, ma le idee potrebbero aiutare lo sviluppo della soluzione ideale per aiutare gli astronauti quando la natura chiama.

In tutto hanno partecipato più di 19.000 persone con oltre 5.000 soluzioni. Al primo posto si è classificato il MACES Perineal Access & Toileting System (M-PATS) di Thatcher Cardon; secondo posto per l'Air-powered Spacesuit Waste Disposal System del team Space Poop Unification of Doctors (SPUDs) e terza piazza per lo SWIMSuit – Zero Gravity Underwear for 6 Day Use di Hugo Shelley. I nomi sono piuttosto indicativi già da soli, ma cerchiamo di capire meglio di che cosa si tratta.

Come la NASA ha spiegato più volte, le tute spaziali forniscono un sistema di supporto vitale autonomo e vengono indossate durante il lancio nello Spazio, il rientro sulla Terra le passeggiate spaziali, per proteggere l'equipaggio dall'ambiente spaziale e da eventuali circostanze impreviste, come per esempio una perdita di pressurizzazione della cabina all'interno della navicella spaziale. Man mano che gli astronauti affronteranno viaggi più lunghi nel Sistema Solare rispetto a quelli da e verso la ISS, potrebbero trovarsi in una situazione di emergenza che li obblighi a dover indossare la tuta per diversi giorni, senza poterla aprire.

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Non sempre è così facile! Foto: © lianna s / Depositphotos

L'esigenza al momento non c'è perché gli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale in caso di emergenza possono rientrare sulla Terra in poche ore, quindi gli basta indossare sotto alla tuta un presidio simile a un pannolino. Questa tuttavia è una soluzione temporanea che non può assicurare la necessaria igiene per più di un giorno. Ecco perché la NASA si deve inventare il modo per gestire feci, urine, e perdite mestruali per un tempo massimo di 144 ore continue, stabilite in via convenzionale.

La maggiore difficoltà rispetto a una soluzione analoga sulla Terra è che il metodo di raccolta deve funzionare in condizioni di microgravità, ossia nelle situazioni in cui le evacuazioni di qualsiasi genere "galleggerebbero" all'interno della tuta, invece che fluire verso il basso. Le altre regole erano molto semplici: il presidio deve essere inserito all'interno della tuta spaziale, deve essere in grado di raccogliere i rifiuti umani per un massimo di sei giorni e allontanarli dal corpo senza che l'astronauta debba aprire la tuta.

colonnello Thatcher R  Cardon
Colonnello Thatcher R Cardon

Il primo premio è andato al colonnello Thatcher R. Cardon, Comandante del 47mo Medical Group, Laughlin AFB, Texas, che attingendo dalla sua esperienza come medico di volo ha realizzato una soluzione che prevede un tessuto tubolare all'interno di una biancheria intima che si svolge all'interno della tuta spaziale man mano che i rifiuti organici la riempiono.

Katherine Kin
Katherine Kin del del team Space Poop Unification of Doctors (SPUDs)

Il team del secondo posto era composto da un ingegnere biomedico, un professore di Ingegneria Civile e Ambientale e un dentista e la proposta verte su un sistema che sfrutta i movimenti naturali del corpo per trasportare i rifiuti lontano dal corpo dell'astronauta, oltre a disinfettarli ed essiccarli per mantenere le condizioni igieniche.

Hugo Shelley
Hugo Shelley

La terza idea, l'unica europea, è del fondatore di un'azienda che si occupa di design e prototipazione di sensori industriali e robot e che ha proposto una sorta di mutanda sviluppata per la microgravità.