Spazio e Scienze

Nel 2050 saremo immortali? Sì, ma solo se ricchi

Vi piacerebbe vivere per sempre? La paura della morte è antica quanto l'uomo, che da sempre ha cercato di sconfiggerla, dapprima con miti e magia, quindi con la scienza e la medicina. Nel 2050 potrebbe forse riuscirci definitivamente, con la tecnologia. Questo almeno è quanto ha affermato in un'intervista al The Sun il futurologo Ian Pearson, chartered fellow della British Computer Society e fellow sia della World Academy for Arts and Science che della World Innovation Foundation.

Una buona notizia? Beh, a parte che è tutta da dimostrare, sarebbe buona solo se voi foste molto ricchi. Già, perché secondo Pearson nel 2050 il costo dei corpi robotici in cui potremo trapiantare la nostra coscienza quando il nostro corpo biologico sarà deceduto, sarà così elevato che solo una élite mondiale potrà concederselo.

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Nessuna paura però, se non siete troppo avanti con l'età potete ancora sperare: entro il 2060 infatti il costo dovrebbe scendere al punto da rendere queste soluzioni alla portata della maggior parte delle persone comuni, mentre entro il 2070 anche gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo potranno permetterseli. Non c'è che da attendere che il prezzo scenda insomma, un po' come per tutti i prodotti.

Scherzi a parte Pearson ‎nella sua previsione sull'immortalità umana cita tre tecnologie emergenti che dovrebbero avere il potenziale di estendere indefinitamente la durata della vita umana, o almeno la durata della vita delle coscienze umane: ringiovanire singole parti del corpo grazie all'utilizzo di terapie geniche anti-invecchiamento o sostituirle con arti e organi coltivati in laboratorio; possibilità di digitalizzare la coscienza umana per poi "scaricarla" all'interno di androidi bio ibridi (ossia parte organici e parte elettromeccanici), un po' come accade nella recente serie Altered Carbon; la terza e più suggestiva (o inquietante, a seconda dei punti di vista) riguarda invece la possibilità per le nostre coscienze di esistere per sempre all'interno di una realtà virtuale, più Inception che Matrix dunque.

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Al di là della fondatezza o meno delle previsioni di Pearson (che sostiene che le sue abbiano un'affidabilità comprovata dell'85% su una‎ distanza media di 10-15 anni), viene naturale chiedersi se questi argomenti non siano più vicini a qualche forma di tecno-culto che alla realtà, con tutte queste versioni tecnologicamente aggiornate di concetti religiosi come reincarnazione e mondi eterni al di là di questo.

Vorremo davvero vivere per sempre in un sofisticato videogioco o all'interno di un evolutissimo corpo meccanico? Ma soprattutto è biologicamente davvero necessario divenire immortali? Soggettivamente infatti è chiaro che chiunque vorrebbe scansare per sempre l'attimo fatale, ma come specie la soluzione dell'immortalità individuale potrebbe essere forse addirittura controproducente, visto che in natura la cosa più vicina a una forma di eterna perpetuazione delle specie è la riproduzione.

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Sean Connery in una scena di Zardoz

In un film poco conosciuto di John Boorman, Zardoz, forse un po' invecchiato cinematograficamente ma ancora valido per le riflessioni che suggerisce, si parla proprio di un futuro in cui una élite ha raggiunto l'immortalità biologica. Il risultato è l'asservimento totale delle masse povere che non possono concedersi questo dono, ma soprattutto la perdita totale di qualsiasi interesse per la vita. Avendo perso lo stimolo biologico e il limite temporale, dopo secoli di esistenza è lecito immaginare che qualsiasi piacere terreno venga a noia e la vita perda di senso, lasciandoci in un perenne, noioso presente.


Tom's Consiglia

Sean Connery recitava anche in un altro film sugli immortali, il sempre verde Highlander.