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Open data? È fuffa. Comuni e imprese li usano pochissimo

I risultati delle ricerche condotte dall'Osservatorio eGovernment sulle PA locali e da Unioncamere sulle imprese italiane sono sconfortanti: nonostante una legislazione all'avanguardia che invita tutte le Pubbliche Amministrazioni a rilasciare i dati per essere liberamente usati, riutilizzati e ridistribuiti da chiunque ne abbia interesse, in Italia gli open data stentano ancora a decollare. I numeri […]

I risultati delle ricerche condotte dall'Osservatorio eGovernment sulle PA locali e da Unioncamere sulle imprese italiane sono sconfortanti: nonostante una legislazione all'avanguardia che invita tutte le Pubbliche Amministrazioni a rilasciare i dati per essere liberamente usati, riutilizzati e ridistribuiti da chiunque ne abbia interesse, in Italia gli open data stentano ancora a decollare. I numeri sono impietosi: appena il 37% dei comuni li pubblica e addirittura solo il 4% delle imprese li utilizza per il business.

In pratica tra i comuni – che detengono una parte consistente dei dati di interesse pubblico, come quelli su trasporto pubblico, turismo, cultura e attività produttive – solo uno su tre pubblica dati in formato open. E quando avviene, questo è percepito dagli enti più come un obbligo normativo che un'opportunità, anche perché si fatica a comprenderne la reale utilità: i dati sono di bassa qualità, poco accessibili, non uniformi per un utilizzo a livello nazionale. E così, l'80% dei Comuni non riscontra alcun impatto positivo dalla pubblicazione di open data e il 55% li ritiene addirittura inutili o poco utili per la crescita del tessuto imprenditoriale.

open data

Ma che tipi di dati pubblicano i Comuni italiani? Di tipologie molto diverse. Nel 71% dei casi dati di amministrazione (dipendenti comunali, risultati elezioni, bilanci, spese e acquisti dell'amministrazione, bandi pubblici), nel 25% del territorio (come topografia, vincoli ambientali, piani comunali), nel 20% tributi (TARI, IMU, TARSU), nel 18% su sport, cultura e tempo libero (associazionismo, musei, biblioteche, luoghi ed eventi culturali, centri sportivi, eventi sportivi), nel 17% sulla popolazione residente (numero di abitanti, di stranieri, di giovani/anziani).

Non ci sono categorie di dati pubblicati da tutti i Comuni in modo uniforme e questo rende difficile fare massa critica per un possibile utilizzo a livello nazionale. Inoltre, i dati sono poco accessibili: la maggior parte dei Comuni li pubblica nella propria sezione trasparenza (il 83%) o sul sito istituzionale in una sezione ad hoc (33%), solo l'8% sul sito open data della regione e solo il 2% sul sito open data nazionale.

Dall'altro lato, ben il 77% delle imprese manifatturiere considera strategico l'uso dei dati per il business, ma l'utilizzo di open data da fonte PA è riservato ancora a pochi pionieri, appena il 4% del totale, anche se il 45% vorrebbe conoscerli meglio. Perché possano essere utilizzati, i dati devono essere di qualità, aggiornati e corretti, con la ragionevole certezza di poter contare sulla disponibilità anche in futuro, ma le imprese devono anche acquisire maggiore consapevolezza delle grandi potenzialità legate al loro utilizzo e maggiore conoscenza sulle figure professionali necessarie per il data management (sconosciute al 68% del totale).

E pensare che invece i dati della PA condivisibili in formato open, se raccolti, ordinati, gestiti e pubblicati in modo efficiente potrebbero essere messi al servizio del territorio e accelerare lo sviluppo del tessuto imprenditoriale, consentendo alle imprese di informarsi in modo approfondito sulle caratteristiche e sulla segmentazione dei potenziali clienti, identificandone attività, spostamenti e trend di comportamento, con una descrizione dettagliata del territorio (geografica, urbanistica, sociale, culturale e demografica) per una pianificazione raffinata e affidabile delle attività di business.

"I numeri mostrano un Paese dove la pubblicazione di open data stenta a decollare", ha commentato Giuliano Noci, Responsabile scientifico dell'Osservatorio eGovernment. "I Comuni italiani sono ancora agli inizi del processo di pubblicazione del proprio patrimonio informativo e un'enorme quantità di dati non è disponibile in formato open. Il primo passo per favorirne lo sviluppo deve essere culturale: è necessario trasmettere agli Enti Locali l'importanza di questa attività, non solo per una mera questione di trasparenza, ma per incentivare e aiutare lo sviluppo del tessuto economico e sociale del paese. I Comuni devono essere coinvolti, resi partecipi fin dalle fasi iniziali ed è importante che abbiano le risorse adeguate per rendere i dati fruibili in formato aperto".

Nell'opinione degli Enti, i principali ostacoli alla pubblicazione di open data sono la scarsità di competenze interne (50%) e la scarsità di personale interno (42%), seguiti dalle ridotte risorse economiche da dedicare (24%) e dal poco interesse della componente politica (23%). Ma si segnala anche la bassa conoscenza di ciò che eÌ€ opportuno pubblicare (20%) e la mancanza (o la non conoscenza) di standard (16%). Coerentemente, la principale richiesta degli Enti eÌ€ di avere in futuro un supporto nello sviluppo di competenze e un aiuto economico per questa attività.

Gli ostacoli da superare evidenziati dalle aziende per una data driven transformation sono soprattutto facilitare la comprensione dei processi (47%) e la possibilità di fare investimenti (34%). Poi vengono la difficoltà nel reperire competenze (27%) e change management (24%).