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Pirateria online come calmierante per i prezzi, la conferma da uno studio della Indiana University

Uno studio della Kelley School of Business della Indiana University sembra confermare alcuni effetti collaterali postivi di una "moderata" pirateria nel mercato dei film e delle serie TV.

La pirateria online che affligge la cinematografia, se moderata, può avere effetti benefici sia per i consumatori che agiscono legalmente che sull’industria stessa. Ne è convinto un gruppo di ricercatori della Kelley School of Business della Indiana University. Il loro ultimo studio “The hidden treasure of digital piracy? Can boost bottom line for manufacturers, retailers”, pubblicato sulla rivista accademica Management Information Systems Quarterly, confermebbe i motivi che si nascondono dietro al pacato approccio al tema della pirateria di colossi come ad esempio HBO.

La serie TV “Game of Thrones” è citata non a caso ad esempio. In attesa dell’8° stagione, prevista per aprile, lo streaming e il downloading pirata di episodi continua a procedere senza sosta. Però questo non è un fenomeno che andrebbe visto totalmente negativamente, secondo i ricercatori, poiché “riduce, o elimina totalmente a volte, l’effetto negativo della doppia marginalizzazione“. Si tratta di un fenomeno che può essere compreso facilmente citando appunto l’esempio di un produttore come HBO e un distributore satellitare, streaming o via cavo. Ipotizzando un prezzo fisso all’ingrosso per il primo e nessun costo ulteriore per i secondi, entrambi cercheranno di massimizzare i profitti in relazione ai loro “monopoli”. A quel punto l’utente finale si troverà di fronte un prezzo finale che nasconde due ricarichi. Diverso il caso si trattasse di un’unica realtà verticale, che ne applicherebbe uno solo.

“Dato che la pirateria può influenzare il potere di determinazione dei prezzi sia del produttore che del rivenditore, inietta una concorrenza ‘ombra’ in un mercato altrimenti monopolistico“, si legge nella nota di accompagnamento dello studio.

Antino Kim, assistente professore alla Kelley, sostiene che dalla parte del produttore, la “compressione” del distributore è un vantaggio. “Non può marcare il prodotto come prima, e il problema della doppia marginalizzazione si riduce. Viceversa, se il produttore viene compresso, il distributore ne trae vantaggio”. La pirateria obbliga entrambe le parti a mediare e avvicinarsi a un prezzo ideale maggiormente compatibile con la domanda e il mercato.

“Suggeriscono che le imprese, il governo e i consumatori ripensino il valore dell’azione anti-pirateria, che può essere piuttosto costosa, e considerino un approccio moderato”, prosegue la nota. L’esempio è quello dell’Australia che per i costi del suo sistema basato su tre richiami e notifica è stato costretto a compiere un passo indietro ammorbidendo il tiro con una nuova legge.

“I nostri risultati non implicano che il canale legale dovrebbe, all’improvviso, iniziare a incoraggiare attivamente la pirateria”, hanno spiegato i ricercatori. “L’implicazione è semplicemente che, situato in un contesto reale, il nostro produttore e rivenditore dovrebbe riconoscere che un certo livello di pirateria o la sua minaccia potrebbe effettivamente essere utile e dovrebbe quindi esercitare una certa moderazione nei loro sforzi anti-pirateria”.

“Questo potrebbe manifestarsi tollerando la pirateria a un certo livello, forse chiudendo un occhio. Tale strategia sarebbe in effetti coerente con il modo in cui altri hanno descritto l’atteggiamento di HBO nei confronti della pirateria dei suoi prodotti”.