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Rete unica con Open Fiber e TIM? “Fantascienza”, secondo l’AD di Enel. L’affare si complica.

L'AD di Enel Francesco Starace ha dichiarato che un'operazione di fusione tra TIM e Open Fiber è "fantascienza". Intanto il Governo va avanti nel progetto, ma l'operazione appare sempre più complessa.

“Assisto a una lite e vorremmo starne fuori”, sostiene l’AD di Enel Francesco Starace, riferendosi alla querelle tra Governo e TIM sul tema della rete unica. “Speriamo che TIM trovi qualche forma di accordo sul destino della società, il resto per noi è fantascienza“.

Ieri sulle pagine di Affari & Finanza, Starace è stato piuttosto esplicito sul destino di Open Fiber – da ricordare il 50% fa capo a Enel e il restante 50% è di Cassa Depositi e Prestiti. “Noi abbiamo una società che sta andando esattamente come previsto. Cabla circa 40mila case e fabbriche a settimana. A fine anno ne avremo 4,8 milioni e continueremo a crescere. Pensiamo che in tre anni raggiungeremo 8,5 milioni di unità immobiliari nelle zone A e B (competitive e fallimento di mercato, NdR.), siamo soddisfatti della performance”.

E quindi? Le ipotesi sono due. La prima è che le parole di Starace rappresentino l’antipasto di una lunga trattativa che vedrà coinvolti Governo, TIM, Cassa Depositi e Prestiti, AGCOM e AGCM. La seconda è che a tutti gli effetti Enel non sia intenzionata a cedere la sua società delle reti.

Il fattore tempo è centrale anche perché il vice-presidente del Consiglio Luigi Di Maio è convinto che si possa chiudere il dossier TIM entro la fine dell’anno. “Stiamo lavorando per creare le condizioni affinché si crei un unico player italiano che permetta la diffusione per tutti i cittadini di internet e banda larga”, ha dichiarato recentemente, sottolineando l’intenzione di coinvolgere tutte le parti coinvolte. “Non c’è nessuna volontà di fare espropri proletari”.

Ad ogni modo la partita è difficilissima perché si parla di una societarizzazione della rete TIM che preveda poi l’integrazione di Open Fiber, l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti, un azionariato più o meno diffuso, un controllo indipendente dagli operatori verticalmente integrati e una prospettiva di business solo all’ingrosso. Il tutto con il beneplacito dei Garanti della comunicazione e del mercato, nonché di Bruxelles. Nella migliore delle ipotesi ci vorrebbero almeno due anni e anche un progetto di “sopravvivenza” per l’ex-monopolista, che sarebbe destinata a diventare una pura società di servizi.

E l’ultima considerazione non potrebbe che andare all’intero costo dell’operazione, che poi in fondo dovrebbe essere la prima. Perché detta tutta affascina l’idea di una rete unica nazionale e probabilmente sarebbe più efficiente, ma l’efficienza non può prescindere dal rapporto costi-benefici.

“Noi continuiamo a cablare, abbiamo i finanziamenti e tutti sono contenti. Mi auguro che in TIM risolvano, perché qualunque azienda entra in difficoltà se gli azionisti non sono d’accordo tra loro”, conclude Starace.

Il Commento

L’Europa, con il recente aggiornamento del Codice delle Comunicazioni Elettroniche, ha introdotto una serie di norme che favoriscono gli operatori all’ingrosso. A Bruxelles, e non solo, hanno compreso che per una rete in fibra diffusa vi è bisogno di società verticalmente impegnate che rimangano fuori dalla competizione sui servizi consumer. Inoltre si parla già di un’Agenda Digitale 2025 che prevede come obiettivi 1 Gbps per tutte le scuole, Pubbliche Amministrazioni, aeroporti, stazioni e grandi imprese. Senza contare almeno 100 Mbps per tutta la popolazione, facilmente aggiornabile a 1 Gbps e infine copertura 5G per tutte le aree metropolitane, strade principali e linee ferroviarie.

La risposta più adeguata sarebbe quindi quella di cablare in FTTH, con soluzioni alternative come il fixed wireless nei contesti più difficili. E quello che potrebbe sembrare solo un indirizzo, potrebbe concretizzarsi anche in un divieto per gli stati membri di finanziare (a livello pubblico) progetti che prevedano architetture in fibra diverse. A titolo di esempio, i vecchi bandi Infratel (prima di quelli che si è aggiudicata Open Fiber) potenzialmente non sarebbero più adeguati. L’FTTC rischierebbe di uscire dai giochi.

Con questa prospettiva è evidente che il valore della rete TIM – che comunque rimane per estensione e capillarità di gran lunga la più grande d’Italia – è destinato a scendere. Quindi quale dovrebbe essere il suo prezzo, oggi, per dar vita a una società delle reti? E ancora di più, quanto dovrebbe incidere la forza lavoro nell’equazione dell’operazione? Si parla di 20/30mila posti di lavoro che dovrebbero migrare da TIM alla newco, ma siamo sicuri che siano tutti tecnici e compatibili con le esigenze di una realtà wholesale?

Vi sono una serie di elementi che soprattutto la clientela TIM insoddisfatta non gradisce ascoltare, condizionando di fatto le scelte strategiche della politica. Il primo è che TIM detiene oltre 16 milioni di km di fibra. È incontestabile che sia la rete più estesa in Italia, anche se nella maggior parte dei casi raggiunge solo gli armadi di strada e non gli appartamenti. Il secondo è che il patrimonio tecnologico e i progetti di innovazione dei TIM Open Labs di Torino sono all’avanguardia nel mondo, non solo in Italia. Tanto più che andando a scandagliare i reparti tecnici dei concorrenti ci sono sempre ex-CSELT, ex-TiLab ed ex-TIMlabs. La sola Wall of fame dei brevetti Telecom è impressionante.

Il terzo è che i tecnici TIM sono fra i più bravi del settore e spesso quando vi sono nuove attivazioni le società terze incaricate dai concorrenti si appoggiano ufficiosamente agli “amici” per risolvere problemi.

Mettendo da parte per un attimo ogni livore, più o meno giustificato nei confronti dell’azienda, con onestà intellettuale non si può che riconoscere a Telecom Italia di essere un pezzo fondamentale del patrimonio industriale italiano. Cautela.