Tecnologia

Robot e algoritmi saranno i nostri padroni?

Sbagliato. Robot e algoritmi non ci ruberanno il lavoro. Probabilmente diventeranno i nostri padroni. Tesi azzardata? Fanta/scienza/politica/economia? Proviamo a ragionare sui fatti. L'anno scorso la società Deep Knowledge Ventures, che ha sede a Hong Kong, ha nominato il sesto consigliere di amministrazione. Si chiama Vital ma non è umano. È un algoritmo, un programma di intelligenza artificiale in grado di prevedere il successo degli investimenti. Pare che sia svolgendo un ottimo lavoro.

algoritmo

Un altro esempio? Uber, la multinazionale odiata dai tassisti di tutto il mondo, affida ad un software molto complesso il compito di controllare l'attività di dipendenti e associati. L'algoritmo elabora i dati ed estrapola i parametri di rendimento e i feedback degli utenti, che diventano determinanti per stabilire tariffe e compensi. L'applicativo fa in sostanza quello che farebbe un manager in carne ed ossa.

Anche il colosso Starbucks, a quando pare, fa ricorso ad un programma informatico per pianificare la dislocazione ottimale dei suoi 130mila baristi. E chissà quante aziende di medie e grandi dimensioni adottano la stessa strategia. Impossibile fare un censimento, perché si tratta di informazioni riservate, segreti industriali molto ben custoditi.

robot e lavoro

Insomma, da una parte ci sono i robot che tagliano i posti di lavoro meno qualificati, dall'altra gli algoritmi che sostituiscono ruoli apicali. Esito ineluttabile? Non necessariamente. È vero che robot e algoritmi sono entrati nel mondo del lavoro, ma il posto che prenderanno può ancora essere definito e circoscritto, se il tema del rapporto tra economia, tecnologia e lavoro entrasse a far parte del dibattito su quale società stiamo costruendo. È indispensabile una strategia ragionata, un'alternativa sostenibile a tecno-fanatismo e neo-luddismo. Per non ritrovarci tutti in un romanzo di Isaac Asimov.