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Scuola digitale? L’Italia è ancora divisa tra guelfi e ghibellini

Parlare di innovazione tecnologica a scuola accende sempre gli animi e ogni volta  l'Italia si riscopre guelfa o ghibellina, pionieristica o misoneistica. C'è ad esempio il Garante per la privacy, Antonello Soro, che chiede alla Ministra per l'Istruzione: "possiamo immaginare l'educazione digitale come materia di studio a partire dalla scuola di base"?  La risposta è negativa: Maria Chiara Carrozza "non è favorevole all'introduzione di ore specifiche dedicate alla materia, bensì ad attività trasversali".

Qualche ora alla settimana dedicata al digitale sarebbe pressoché inutile. Avrebbero più da insegnare gli studenti al corpo docente, che il contrario. Ben altra cosa sarebbe integrare le tecnologie digitali nelle materie di studio tradizionali. Ad esempio insegnare ad usare il pacchetto Office per tesine, presentazioni e quant'altro. Oppure insegnare a fare le ricerche su Internet, individuare le fonti attendibili… sapere cos'è il "fact checking". Oppure ancora affrontare temi spinosi come la privacy e il copyright. Insomma, il digitale nella scuola, per cogliere davvero nel segno, dovrebbe essere "palloso" come qualsiasi altra materia che richiede impegno e attenzione.

Se poi il budget non fosse disponibile e mancassero al solito le competenze tecniche basterebbe richiedere l'impegno della scuola su almeno un fronte: tentare di far sviluppare agli studenti il pensiero critico. Che farsene di milioni di utenti digitali che usano il pollice opponibile solo per pizzicare lo schermo?

C'è poi chi non ne vuole proprio sapere di scuola digitale. Il Corriere della Sera racconta della "rivolta dei genitori dell'elementare Iqbal Masih di Roma". Mamme e papà si sono opposti alla proposta di trasformare la classe dei loro figli in una classe digitale 2.0, con un sistema d’insegnamento con tablet e nuova tecnologia.

In realtà il problema non sono la materia di studio sì o no, il tablet e l'eBook. Ciò di cui dovremmo preoccuparci è che la scuola italiana faccia davvero dei passi avanti e diventi una scuola moderna.  Come ci ha raccontato qualche tempo fa Salvatore Giuliano, dirigente scolastico dell'ITIS E. Majorana di Brindisi e ideatore del progetto bookinprogress, "se un italiano di 50 anni fa tornasse ora non riconoscerebbe il Paese, ma la scuola è rimasta pressoché la stessa".

Osserva correttamente Soro che "nella maggior parte dei casi i ragazzi, che pure conoscono alla perfezione i meccanismi e la forza del web e delle innovazioni, non sanno ancora valutare appieno le conseguenze delle proprie azioni: e questo li rende particolarmente vulnerabili.  Bisogna convincere i ragazzi, che si muovono a volte in modo compulsivo tra il mondo digitale e quello reale, che la vita vera è ovunque: in Rete e fuori dalla Rete".

Già, ma per questo non servono nuove materie bensì – e qui la ministra Carrozza ha ragione – un approccio educativo capillare, trasversale e permanente. Quanto alle rivolte contro i tablet, stendiamo un velo pietoso. Piuttosto, si dovrebbe sempre dare uno sguardo al di là dello stantio recinto nazionale.

Nel Regno Unito è stata pubblicata di recente una ricerca da cui emerge che due terzi dei genitori di studenti della scuola primaria e secondaria pensano che la scarsa tecnologia a scuola determinerà una carenza di competenze digitali ai figli.

Il 56% pensa che l'investimento nell'informatica debba rivestire la massima priorità nelle scuole, il 72% pensa che la tecnologia a casa sia migliore che a scuola e il 62% pensa che gli scarsi investimenti determineranno una futura carenza di competenze digitali dei figli. Per rimediare a questa magra prospettiva il 45% reputa che siano indispensabili l'introduzione delle competenze informatiche nel piano di studio e investimenti nella formazione degli insegnanti (40%).

C'è infine il presidente Barack Obama. Un anno fa, in un'intervista, ha detto che sarebbe utile promuovere l'insegnamento della programmazione nelle scuole, di modo da sfruttare l'interesse dei ragazzini nei videogiochi e renderli produttori di contenuti, non solo fruitori passivi.

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