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Scuola italiana, compriamo gli iPad ma non c’è Internet

L'OCSE ci ricorda che non basta mettere oggetti tecnologici in classe per migliorare il rendimento degli studenti, ma anzi si potrebbe avere il risultato contrario. Il preside Salvatore Giuliano conferma tutto e ci racconta la sua esperienza, senza dimenticare però le buone cose fatte anche in Italia.

Secondo un recente rapporto OCSE portare la tecnologia in classe è inutile, se non si agisce con criterio. Sembra la certificazione dell'ovvio, ma è quel tipo di scossone che ogni tanto è necessario. Sostanzialmente l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha esaminato diversi paesi, e rilevato che non basta dare un computer o un tablet agli studenti per aumentarne il rendimento. Allo stesso tempo, il sindaco di New York De Blasio annuncia un piano per insegnare informatica agli studenti di New York, un'iniziativa sulla quale l'Italia è avanti dieci anni rispetto alla Grande Mela.

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"Hanno ragione da vendere", ha commentato Salvatore Giuliano, che da anni guida il processo dell'innovazione nella scuola italiana, a partire dall'istituto che dirige, l'ITC Majorana di Brindisi. Sì perché l'OCSE non boccia la tecnologia a priori, ma solo "se utilizzata in modo inappropriato".

"È ciò che vado dicendo un po' a tutti", commenta Giuliano. "Se si parte senza criterio, si creano danni seri agli studenti e ai professori. […] Bisogna quantomeno fermarsi un attimo prima per fare un'analisi, capire cosa vogliamo fare, formare le persone, valutare l'infrastruttura e i contenuti da proporre".

"Se parti con la tecnologia perché fa bello, senza avere almeno analizzato tutti questi aspetti crei dei danni". Giuliano poi cita due esempi italiani recenti, il registro elettronico (obbligatorio) e la LIM (Lavagna Interattiva Multimediale. In molte occasioni le scuole sono partite senza la giusta preparazione, e ci si è ritrovati con docenti che non potevano usare il registro perché mancava il Wi-Fi a scuola, o la connessione a Internet, o un dispositivo con cui accedere, o le competenze necessarie – non erano stati formati. Certe volte poi le LIM sono finite in cantina, e altre sono state usate alla stregua di quelle tradizionali – vanificando così tutto l'investimento.

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Le LIM sono finite in cantina, e altre sono state usate alla stregua di quelle tradizionali

Se l'affermazione dell'OCSE è giusta, aggiunge Giuliano, è vero anche che "bisognerebbe andare a vedere quelle realtà scolastiche che si sono approcciate con un metodo all'innovazione e che hanno registrato un miglioramento degli apprendimenti".  Guardare alle best practices esistenti quindi sarebbe utile, "ma molti partono per il gusto di partire e creano danni. Ed è quello che sta accadendo".

 "Ci sono scuole che non hanno connessione a Internet e partono dando gli iPad. Ma che #?/!# ci fai con gli iPad senza Internet? O almeno i contenuti, se non altro da usare a livello locale, senza essere connesso". Queste esperienze secondo Giuliano fanno danni su più livelli; all'apprendimento degli studenti, ovviamente, ma danneggiano anche tutto il movimento teso all'innovazione della scuola, perché creano nelle persone un'esperienza negativa rendendole diffidenti anche verso chi, invece, cerca di lavorare bene.

Magrissima consolazione, anche in altri paesi (Giuliano cita la Francia) hanno fatto lo stesso errore, quello di introdurre il tablet senza inserire tale azione in un progetto più strutturato e "ragionato". Nessuno sapeva che farsene, nemmeno gli alunni. Perché se è vero che i ragazzi sono "avanti sulla tecnologia", sfruttare quest'ultima per promuovere l'apprendimento è un altro paio di maniche. Su questo anche gli alunni, come i docenti, hanno bisogno di formazione. A tal proposito, chi è interessato può dare un'occhiata a Prof Digitale e Avanguardie Educative.

Ci sono scuole che non hanno connessione a Internet e partono dando gli iPad. Ma che #?/!# ci fai con gli iPad senza Internet?

Verrebbe da pensare che in Italia siamo sempre i soliti pasticcioni, e che all'estero sono sempre più bravi. D'altra parte solo ieri abbiamo parlato di un rapporto che mette in luce le difficoltà dei nostri studenti, e sempre ieri il New York Times ci ha messi al corrente che il sindaco di New York Bill De Blasio ha un progetto per portare l'insegnamento dell'informatica a tutte le scuole della città entro dieci anni. "Raggiungere tale obiettivo", recita l'articolo del NYT, "comporterà grandi sfide, soprattutto nel formare un numero sufficiente di insegnanti". 

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Eppure è una sfida che in Italia siamo già pronti ad affrontare da quest'anno. A breve infatti partiranno le lezioni di programmazione nella scuola elementare, una delle novità introdotte dalla recente (e discussa) riforma nota come "la buona scuola".

"Tra qualche giorno", ci spiega ancora Giuliano, "uscirà il Piano Nazionale Scuola Digitale con cui la programmazione entra nelle scuole del primo ciclo (elementari)". Il ministro Giannini dovrebbe presentarlo il prossimo 29 settembre, e le lezioni pochi giorni dopo. Dopodiché, entro il 29 ottobre le scuole dovranno presentare piani triennali di offerta formativa, e in essi dovrà obbligatoriamente essere inclusa una parte dedicata all'innovazione. Resta da vedere naturalmente se e come gli insegnanti metteranno in pratica il progetto: sulla carta dovrebbe trattarsi di attività del tutto simili a quelle che troviamo su code.org ed esercitazioni fatte con il software Scratch