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Startup in Italia: la verità raccontata dai protagonisti

Pagina 1: Startup in Italia: la verità raccontata dai protagonisti

Startup è un termine che divide. Non si può rimanere insensibili a questa parola. Qualcuno ci vede il futuro, la realizzazione di sé stessi, innovazione, opportunità per i giovani e tante altre belle cose positive. Altri scuotono la testa e immaginano un mondo di perditempo, bamboccioni, privilegiati e gran chiacchieroni.

La verità al solito è nel mezzo, fermo restando un unico fondamentale dettaglio: fra tutte le 1227 startup italiane censite a ottobre 2013 (Rapporto Restart Italia) dal Ministero dello Sviluppo Economico, pochissime sono destinate al successo. Quando ho chiesto a Gaia Costantino, laureata in Ingegneria Gestionale nonché startupper di Veespo, quante avessero sfondato si è fatto il silenzio. Ok, alla fine un paio di nomi me li ha fatti, ma è un po' come la storia dei baby calciatori delle giovanili delle grandi squadre di calcio. Partono in 100 e arrivano in due, forse tre.

Startup.registroimprese.it

D'altronde, i venture capital italiani, quelli che alla fine mettono i soldi per soffiare sulle ali dei progetti sono pochi. Fra i più famosi dPixel e 360 capital partners. "Un fondo medio valuta ogni anno 1500 business plan e dedica a ognuno 2 minuti. Alla fine forse 1 su 15 viene selezionato", sottolinea Costantino.

Tutto questo non vuol dire che bisogna scoraggiarsi. Anzi. Bisogna solo impegnarsi ancora di più, perché chi ha i numeri e resiste alla fine viene fuori. Sono banalità da film, convengo. Ma quella storia dei giovani geni che non ce la fanno perché non hanno santi in paradiso è una scusa. Anche i santificati se non hanno un modello di business vincente cadano per terra. Sì, magari salteranno qualche selezione, godranno di qualche privilegio, ma alla fine quel che conta è aver realizzato qualcosa di successo. Tornando ai geni incompresi, beh forse bisognerebbe aprire un capitolo sull'incomprensione. È perché non si vendono bene o perché sottovalutano il fatto di valorizzare le proprie capacità o realizzazioni agli occhi degli altri?

In cerca di fondi

"È una questione di formazione", puntualizza Gaia Costantino. "A prescindere dalla famiglia in cui sei cresciuto, chi ha sviluppato un'adeguata forma mentis sa muoversi. Rileva i problemi, li sa affrontare. Io sono stata fortunata perché il Politecnico di Torino dove ho studiato e mi sono laureata è il secondo hub d'Italia. Fin dall'inizio mi sono confrontata con startup".

Ok, ma ci dovrà pur essere un profilo antropologico dello startupper. Magari di buona famiglia, oppure super geek. "A parte quelli che possono permettersi di non lavorare, l'unica nota comune è che sono tutti uomini", ironizza Costantino. "Solo il 10% sono donne, e anche per questo faccio parte di un'associazione che si chiama Girls in Tech in Italy. Un social network internazionale per la formazione delle donne nel settore della tecnologia e nel mondo startup".

Ovviamente chi esce da università che consentono di sviluppare competenze nel campo IT, economico, legislativo o organizzativo è avvantaggiato. Se una volta laureati non si sa neanche che cosa sia una startup o il concetto di "modello di business" la strada non può che essere in salita. Insomma, bisogna giocare d'anticipo rispetto a ciò che chiede il mercato. Prova ne sia che gli informatici spesso hanno una marcia in più: quando non conoscono una cosa si mettono a studiarla da soli. Un autodidatta spesso può dare grandi paghe a quelli che sulla carta sembrano più preparati.

Però non bisogna farsi illusioni, "perché i tecnici davvero bravi spesso lavorano già nelle aziende". E questo è senza dubbio il primo scoglio per una startup. Ovvero individuare co-fondatori competenti. A volte si ha la fortuna di conoscere persone valide all'università, ma dopo la laurea quelli destinati a sfondare o si coinvolgono in qualche progetto oppure "spariscono".