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Tutti i siti ci tracciano, non abbiamo scampo

Le nostre informazioni personali viaggiano da un sito all’altro senza ostacoli. Questa l’estrema sintesi di quanto ha scoperto Jonathan Mayer dell’Università di Stanford: secondo le sua analisi gran parte dei siti web di tutto il mondo condividono con soggetti terzi il nome degli utenti (quello registrato) e le altre informazioni disponibili. E così si sente ancora più forte il bisogno di leggi e tecnologie che possano tenere questo fenomeno sotto controllo.

1984, leggete il libro o guardate il film, per capire le citazioni

“Cliccate su Home Depot (negozi di elettrodomestici ed elettronica, NdR) e il vostro indirizzo email finisce nelle mani di una dozzina di aziende che vi monitorano. La vostra cronologia web, passata, presente e futura, è ora associata alla vostra identità. Pubblicate fotografie su Photobucket e se ne aggiungeranno altre due dozzine, che tracciano il vostro nome utente. Seguite Bleacher Report (informazione sportiva, NdR), e passerete il vostro nome completo a un’altra dozzina. Non è un’ipotesi orwelliana. È ciò che sta succedendo ora“. Questa l’agghiacciante introduzione al post di Jonathan, pubblicato sulle pagine web dell’ateneo.

Cade (di nuovo) il mito secondo il quale il tracciamento delle attività online è del tutto anonimo – lo scopo sarebbe quello di creare masse di dati da dare in pasto all’analisi statistica, nella quale le singole identità non sono importanti. Tra i “colpevoli” non mancano i grandi nomi di Internet, come Google, Facebook o comScore – quest’ultima è una società specializzata in analisi e ricerche.

Una volta ci voleva la creatività per fare pubblicità efficaci

E vista la possibilità d’incrociare i dati con una precisione spietata, non è nemmeno difficile risalire da un nickname a una vera e propria identità. E in ogni caso avere nome e cognome non è determinante, perché com’è stato dimostrato più volte nella grande maggioranza dei casi un nickname equivale a una vera e propria identità online, del tutto profilabile – con buona pace di chi si sente anonimo perché si fa chiamare ilcavalierepallidodeimieistivali, o qualcosa del genere.  

Lo studio di Stanford ha riacceso il fuoco mai spento sull’argomento, e ridato forza al termine “cyberazzi” con cui vengono definiti i siti “spioni”.

Non è detto tuttavia che il tracciamento avvenga in malafede. Chi sviluppa un sito generalmente pensa a gestire le informazioni dell’utente per il sito specifico, non a condividerle con altri. Succede però che una pagina web complessa integri tanti componenti di altri, dalla pubblicità ai collegamenti, fino all’integrazione con i social media. Ognuno di questi elementi può leggere le informazioni, ed eventualmente “spedirle a casa”. Può essere l’URL (che si modifica dopo la registrazione), il titolo della pagina o un altro elemento. I dati da raccogliere sono molti e in bella vista.

Firefox offre la possibilità di bloccare il tracciamento

“C’è un gruppo di cyberazzi invisibili, cookie e altri sistemi per la raccolta dati che ci segue mentre navighiamo, riportando ogni cosa che facciamo a società di marketing che così possono creare un profilo incredibilmente completo del nostro comportamento online”, ha spiegato Jon Leibowitz, presidente della FTC (Federal Trade Commision), commissione del governo USA che si occupa sia di protezione dei consumatori sia di concorrenza.

Leibowitz ha colto l’occasione per sottolineare nuovamente il bisogno di una legislatura che dia al consumatore la possibilità di opporsi all’uso di queste tecnologie. Dovrebbero essere i siti web ad adeguarsi, ma i produttori di browser possono inserire funzioni specifiche nel loro software in modo da evitare il tracciamento. Al momento questa funzione è presente in Firefox, Safari ed Internet Explorer.

Varrebbe però la pena interrogarsi più profondamente sulla questione della privacy online. È un diritto fondamentale dell’internauta, e nessuno di noi dovrebbe avere paura di usare un computer per timore di diffondere informazioni che vuole tenere riservate.

Battersi per la privacy potrebbe essere da Don Quijote, ma forse l’hidalgo finirà per aver ragione

D’altra parte però Internet come la conosciamo si fonda sulla quasi totale assenza di privacy. Si possono ottenere piccoli risultati, come alcuni siti che rinunciano al tracking o browser che inseriscono una funzione opzionale, ma niente di più. L’unico modo sicuro si sentirsi del tutto protetto è non collegarsi, è già che ci siamo rinunciare anche a telefono (fisso e mobile), e conto bancario.

Tutto sommato però finché si tratta di pubblicità mirata e analisi di mercato il problema è relativamente trascurabile. Semmai dovremmo preoccuparci di conseguenze a lungo termine: hai visto mai che a un assicurazione auto venga in mente di alzare il nostro premio perché siamo giocatori di DiRT, tanto per fare un esempio.

Ed è proprio per prevenire scenari orwelliani che c’è chi già oggi alza le barricate. A voi scegliere da che parte stare. I risultati dettagliati dello studio sono disponibili in formato Excel.