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UE, un altro passo verso la tassa sui link e i filtri online

Il Legal Committee del Parlamento Europeo stamani ha approvato per 15 voti a 10 la nuova e controversa norma sul copyright. I rappresentati comunitari, più contrari alla riforma, cercheranno comunque di ottenere correzioni nei prossimi mesi, prima che si esprimano il Parlamento Europeo in seduta plenaria e il Consiglio dei Ministri. Le criticità sono numerose. Come […]

Il Legal Committee del Parlamento Europeo stamani ha approvato per 15 voti a 10 la nuova e controversa norma sul copyright. I rappresentati comunitari, più contrari alla riforma, cercheranno comunque di ottenere correzioni nei prossimi mesi, prima che si esprimano il Parlamento Europeo in seduta plenaria e il Consiglio dei Ministri.

Le criticità sono numerose. Come ha spiegato la parlamentare europea Julia Reda del Partito Pirata Tedesco "dove nel caso del GDPR le istituzioni europee hanno fatto molti cambiamenti contro gli sforzi concertati delle lobby dei grandi interessi commerciali, nella riforma del copyright stanno per dare loro esattamente quello che vogliono".

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Link Tax

Il primo nodo riguarda la cosiddetta "link tax", ovvero l'obbligo per i motori di ricerca – il pensiero corre subito a Google – di remunerare gli editori per i link mostrati nei risultati. Un compenso che per altro dovrebbe essere dovuto fino a un anno di distanza dalla pubblicazione.

Lo stesso varrebbe per elementi parziali di articoli e news, quindi ad esempio le "snippet" che accompagnano i link dei titoli. Non è però ancora chiaro quale possa essere la soglia per far scattare il compenso. Decideranno i singoli stati membri in fase di recepimento, stabilendo eventualmente lunghezza o originalità o entrambe. Come tutti ben sanno in Spagna un'iniziativa analoga ha convinto Google a sospendere il servizio Google News e in Germania gli editori dopo un duro braccio di ferro sono stati costretti a ritornare sui loro passi a causa del danno provocato dalla riduzione della visibilità online.

commissione europea1

Filtri online per i contenuti

Un altro tema ancora più critico è quello di obbligare piattaforme come ad esempio YouTube a siglare licenze con i detentori di copyright per mostrarne i contenuti. Verrebbe creata una sorta di procedura che dovrebbe prevedere non solo la possibilità di rimuovere immediatamente il materiale, dopo le segnalazioni, ma anche prevenire che avvenga nuovamente sennò sarebbero ritenute responsabili.

E questo, come tutti ben sanno, sarebbe possibile solo con l'impiego di filtri informatici – sebbene non esplicitamente menzionati nel testo. Dettaglio per altro sottolineato da EuroISPA, l'associazione dei provider Internet, che paventa la possibile diffusione di blocchi ingiustificati e censure per i contenuti legali.

"Se adottato obbligherebbe Google, Facebook e altre piattaforme a concludere accordi con i detentori di diritti e creatori per qualsiasi tipo di video, articoli o immagini protette da copyright e caricate online", sostiene BEUC, l'associazione dei consumatori UE. "Non fa comprendere ai consumatori se sia legale o no condividere i propri e-book o caricare i video delle vacanze con una canzone popolare in sottofondo".

Sarebbero esclusi dagli obblighi gli stessi ISP, i siti di compravendita, i fornitori di servizi cloud, le realtà non-profit, come ad esempio Wikipedia, e le organizzazioni open-source.

Il parere dell'esperto

Come ha fatto notare l'esperto di regolamentazione europea Innocenzo Genna, sebbene una riforma del copyright sia auspicabile considerati i nuovi modelli di business, la nascita di nuovi attori, l'esigenza di preservare le opere e anche promuoverle, l'approccio proposto appare piuttosto conservatore e reazionario. Quasi un riconoscimento delle ragioni della vecchia industria audiovisiva, che imputa ai servizi Internet la responsabilità diretta (e unica) del suo progressivo indebolimento.

"L'obbligo di filtri preventivi può avere effetti restrittivi molto seri, incluso il consolidamento del mercato intorno ai grandi operatori (soprattutto statunitensi) che hanno le risorse per andare oltre, lasciando fuori i più piccoli (soprattutto europei)", sostiene Genna. "E non si può essere sicuri che l'industria europea dei contenuti avrebbe da guadagnarci: infatti molti editori europei, specialmente i più piccoli e chi opera soprattutto online, si sono fermamente opposti alla riforma".

Recentemente la Commissione UE ha celebrato molto la fine del geo-blocking legato ai servizi streaming, ma questo è un chiaro esempio di compromesso di favore. Oggi possiamo godere del nostro abbonamento, attivato in Italia, anche negli altri paesi europei, ma non possiamo abbonarci direttamente ai servizi stranieri – se non sfruttando qualche escamotage. L'industria di settore sostiene che questo ulteriore sblocco non sarebbe economicamente sostenibile e che licenze territoriali consentono di incamerare abbastanza per finanziare produzioni e il resto. Già, ma poi si dimentica che i concorrenti statunitensi si sono sfidati e consolidati in un mercato nazionale che è privo di mura fra gli Stati. In Europa bisogna siglare 28 singoli accordi licenziatari, negli Stati Uniti ne basta uno per 50 Stati.

"Da notare che il Comitato ha chiesto di applicare l'art. 69c del regolamento interno, in base al quale il comitato stesso potrebbe trattare direttamente i negoziati del Trilogo senza un mandato preciso dell'assemblea . La sessione plenaria del Parlamento europeo può tuttavia opporsi a questa richiesta con il 10% dei voti contrari", ha sottolineato Genna.

Aggiornamento del 5 luglio

La Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo ha bocciato l'avvio dei negoziati fra Parlamento, Consiglio e Commissione UE sulla proposta di direttiva per la riforma del copyright. Il testo tornerà a essere esaminato, discusso, emendato e votato dalla prossima sessione plenaria del Parlamento europeo a settembre. 

Il Regolamento del Parlamento europeo prevede che se almeno il 10% dei deputati si oppone all'avvio di negoziati con il Consiglio sulla base del testo votato in commissione, si procede a una votazione in seduta plenaria. Martedì, entro la mezzanotte, il numero di deputati necessario ha presentato le proprie obiezioni.