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Vita a bordo di un sottomarino italiano, una storia vera

Pagina 1: Vita a bordo di un sottomarino italiano, una storia vera

Caccia a Ottobre Rosso, k19, U571, Ventimila leghe sotto i mari. È con queste immagini nella memoria che molti pensano ai sommergibili e con cui io sono salita sull'Enrico Toti, il sottomarino interamente prodotto in Italia e dal 2006 esposto al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. L'idea era di farlo vedere a mia figlia, poi chiacchierando con il mio direttore Pino Bruno è venuto fuori che lui è stato a bordo quando il Toti era operativo, mi ha raccontato un paio di aneddoti e mi sono incuriosita: com'è davvero la vita a bordo di un sottomarino e come si vive in missione a 150 metri di profondità?

Sottomarino Enrico Toti

Per scoprirlo mi sono fatta guidare dal Capitano di Vascello Antonio Bellini della Marina Militare, in servizio quale Capo Ufficio Coordinamento Interno del 5° Reparto Sommergibili dello Stato Maggiore Marina, che ha comandato il Toti dal '94 al '95 e ha ricordi molto vividi di un'esperienza che ha narrato con molta umanità e affetto.

Vestendo i panni di un visitatore da sempre affascinato dai sottomarini, il Toti mi si è presentato come un posto angusto e scomodo, non profumato, dove si dorme male, ci si muove a fatica e azioni scontate, come per esempio mangiare o andare al bagno, sono tutto fuorché ovvie. Il Comandante Bellini però mi spiega che "la vita su un sommergibile soprattutto a chi è claustrofobico sembra una cosa dura, invece alla fine si entra in una routine per cui non ci si dà nemmeno conto di essere sotto l'acqua. Diventa una cosa abituale".

Ci vuole qualche giorno ad adeguarsi perché "l'equipaggio all'inizio sapendo di dover partire era un po' triste. Quand'ero sul Toti non c'erano né Internet né possibilità di telefonate: si navigava, si lasciava la famiglia e la si rivedeva quando si ritornava. Ma passati i primi giorni di navigazione si cominciava a colloquiare e a giocare a carte (il Toti era famoso per il quintilio a 5), ed anche scherzare. Poi la felicità del rientro. È una vita tranquilla a bordo, molto familiare. Io ho fatto sia l'ufficiale di rotta sia l'ufficiale in seconda che il Comandante, alla fine ci si conosceva tutti, si conoscevano le mogli, i figli, le problematiche di ciascuno. Quando si rientrava molto frequentemente si usciva fuori tutti insieme".

"La gerarchia militare a bordo di un battello c'è, ancora adesso l'equipaggio dà sempre del lei al comandante, mentre lui dà del tu all'equipaggio. Però era come una piccola industria che lavora dalla mattina alla sera, dà i suoi frutti e alla fine festeggia i risultati e condivide le cose belle e le cose brutte".

Mi sento piccola davanti al Comandante, uomo di grande esperienza che ha comandato anche il DaVinci, Nave Artigliere e la Prima Squadriglia Fregate e che lascia emergere dalla voce pacata la tranquillità del mare e l'affetto per chi con lui è stato per mare. L'ambiente che lui mi descrive con ironia e sentimento stona con quello che mi trovo attorno, ma del resto io sono un'estranea sul Toti e dopo le sue parole ne ho piena consapevolezza. Sento solo odori non troppo piacevoli, e vedo solo pezzi di ferro, bottoni, vecchie brande. È un po' come entrare nella casa di un'anziana signora e pensare che avrebbe bisogno di essere rimodernata, mentre lei pensa ai ricordi che custodisce. Io quei ricordi non li ho, ma il Comandante Bellini ne dispensa a piene mani quando parla del suo battello.

Cominciamo proprio con il nome, perché Bellini non chiama il Toti sommergibile o sottomarino, anche se si prodiga per spiegarmi la differenza. Lo chiama battello, come tutti gli altri Comandanti sommergibilisti. Riuscite a indovinare perché? È un omaggio a Jules Verne: il Capitano Nemo chiamava il Nautilus "Battello".  Amo Verne e voglio seguire il Comandante Bellini in questo viaggio: d'ora in poi vi racconterò di un battello.