Sicurezza

Wechat è cinese, con tutti i rischi spionistici del caso

Pagina 1: Wechat è cinese, con tutti i rischi spionistici del caso

Se il futuro chiama, la Cina risponde. Sono ormai passati molti anni da quando si sente parlare della "new digital age", una età digitale che si aggiorna e cambia velocemente e introduce nuovi protagonisti, nuovi problemi, ma anche nuove e importanti novità. Novità che impegnano aziende, governi e studiosi.

Com'è cambiata la nostra vita grazie a internet e alla tecnologia di largo consumo in generale? Forse in meglio, forse in peggio. Molte sono le teorie sociali ed economiche, molto spesso anche distanti, che vengono discusse dai migliori accademici e scienziati del mondo.

Un importante argomento è quello del futuro della rete: degli strumenti che ci porteranno dentro la rete e degli strumenti che utilizzeremo di più per comunicare. C'è chi parla del dopo Facebook, del dopo Skype. I trend degli ultimi mesi indicano già la direzione (che potrebbe cambiare velocemente, vista la rapidità di internet nella sua evoluzione): strumenti sempre più smart ed iperconnessi che ci permettono di condividere qualsiasi cosa in qualsiasi posto, in qualsiasi momento.

Il controllo cinese

Non a caso l'esempio mainstream è la grandissima crescita delle chat su smartphone, parlo ovviamente di Whatsapp, Wechat e Line. Milioni di utenti che ogni settimana si aggiungono e spostano l'attenzione del mercato dai social network a queste chat, sempre più "social" con funzioni che escono dal solito "parlare con gli amici".

La Cina sta diventando una protagonista del web, certo questa non è una novità, ma è interessante in che modo ed in quale ottica. Il Governo cinese, che controlla molto spesso (da dentro) le aziende super tecnologiche che esportano in tutto il mondo è lo stesso Governo autore del famoso GSP, ovvero Golden Shield Project. Un sistema di monitoraggio, filtraggio e sorveglianza che il Governo cinese ha costruito per controllare il traffico internet in Cina.

Il GSP è un sistema molto funzionale e lavora su più livelli. I livelli principali sono quelli che agiscono sul controllo degli Url, se un utente cerca un sito "censurato" il firewall ne respinge la connessione ponendosi tra chi fa la richiesta e la destinazione. È capitato che gli esperti del reparto cyber cinese abbiano fatto delle azioni di hjacking, ovvero invece di bloccare la richiesta verso un sito "censurato" o potenzialmente "pericoloso per la libertà" abbia fatto un redicrect, ovvero l'utente invece di finire sul sito richiesto finiva su un sito clone, una specie di trappola ben realizzata.

Il GSP lavora naturalmente anche sulle keywords, così se un sito non è ancora nella blacklist, il firewall prima di lasciar passare la richiesta analizza le parole chiavi del sito e se qualcuna è nelle "bad words" annulla immediatamente la connessione e segnala il sito "potenzialmente pericoloso" ad un sistema centrale.

WeChat

Il firewall fa anche un lavoro di intelligence, controlla quello che gli utenti visitano ed estrapola i contenuti dei siti visitati per analizzarli in un momento successivo. Naturalmente la Cina non si sta fermando al GSP che ormai è un progetto con tanti anni, si parla ancora con poche informazioni su nuovi progetti che interesseranno delle città "test" dove sta partendo l'installazione di centinaia di telecamere di nuovissima generazione capaci di controllare veicoli e persone in transito, un grande fratello che si sta realizzando per combattere il "crimine" e rendere le città più "sicure". Questo tipo di controllo avrà lo scopo di lavorare accanto ai già esistenti sistemi di sorveglianza in modo da ottenere un controllo più completo.

La Cina si chiude a riccio con sistemi di sorveglianza, monitoraggio e filtraggio, che spesso poi si trasforma in censura, vale l'esempio delle pagine di Wikipedia inaccessibili, dei giornali statunitensi come Reuters non più visitabili, sulla censura registrata da accademici negli ultimi tempi sul social network Weibo, sul controllo effettuato su Yahoo ed i servizi come Skype senza dimenticare le parole di Jeremy Goldkorn che da tempo studia internet in Cina ed afferma che il Governo Cinese, non soltanto in teoria, è capace di accedere ai server tecnologici basati nel suo territorio.