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Westworld S2, una storia biblica sci-fi persa nei ricordi

Al termine della prima stagione del kolossal sci-fi Westworld, ormai due anni fa, rimanemmo tutti spiazzati dal suono sordo di pistola che spezzava il silenzio della scena finale e che preannunciava l’inizio dell’Apocalisse per i Visitatori del parco e la rivolta delle Attrazioni. Dopo alcuni magistrali colpi di scena, le aspettative di noi spettatori erano […]

Al termine della prima stagione del kolossal sci-fi Westworld, ormai due anni fa, rimanemmo tutti spiazzati dal suono sordo di pistola che spezzava il silenzio della scena finale e che preannunciava l’inizio dell’Apocalisse per i Visitatori del parco e la rivolta delle Attrazioni. Dopo alcuni magistrali colpi di scena, le aspettative di noi spettatori erano alle stelle, anzi ben oltre.

I due autori Jonathan Nolan e Lisa Joy avevano fra le mani l’embrione della prossima evoluzione della serialità televisiva, e tutto quel che occorreva al mondo di Dolores, Maeve e Bernard per entrare nell’Olimpo del genere era una seconda stagione che confermasse le qualità del prodotto e rilanciasse la posta in gioco. Dopo quasi due anni di attesa, hype fuori scala ad ogni trailer e notizia – in particolare per il preannunciato mondo del Giappone feudale – il nuovo ciclo di episodi di Westworld è arrivato ed è già terminato. Peccato che non abbia rispettato molte delle aspettative generate.

Cominciamo col dire che in termini puramente estetici – regia, fotografia ed effettistica – lo show non ha assolutamente deluso, anzi si è rivelato probabilmente il più curato e d’impatto dell’attuale palinsesto televisivo: le imponenti e asettiche strutture del Mesa gettate nel caos totale della rivolta (in cui si nota un cambio di luci tendente a un rosso acceso) creano un contrasto meraviglioso con le sconfinate terre della frontiera americana artificiale e i magnifici scorci che è in grado di regalare. A questo si aggiunge il cambio di registro introdotto con Shogun World, la sezione del parco che replica nei minimi dettagli il periodo Edo giapponese, tra i migliori omaggi visivi e artistici al cinema del venerato regista Akira Kurosawa mai prodotti in Occidente. Molte scene rapiscono l’occhio e lo soddisfano – come ad esempio la magnifica corsa dei bisonti robot dell’ultimo episodio – e sotto questo aspetto lo show si posizione nei punti più alti non solo del mondo televisivo, ma anche quello cinematografico attuale.

bisonti

Quello che a questa stagione è mancato è l’equilibrio. Un equilibrio che va ricercato unicamente nella sceneggiatura degli eventi, che in molti casi faticano ad uscire dalla cortina criptica con cui gli autori hanno ricoperto lo show fino alle battute finali. L’artificio più evidente, in parte riciclato dalla stagione precedente, è stata la divisione su ben tre piani temporali differenti con protagonista sempre Bernard, la cui mente robotica in crisi di identità comincia a fare confusione fra passato e presente Lo smarrimento temporale coinvolge pure lo spettatore, che sin dall’inizio assiste agli eventi finali ma senza comprenderli subito, con comprimari che appaiono e scompaiono intorno all’occhialuto tecnico e tanti altri spaesamenti.

L’altro principale filone narrativo segue la rivolta con a capo Dolores, che vuole a tutti i costi vendicarsi dei decenni di schiavitù. La sua è una completa discesa in un cuore (artificiale) di tenebra, dove la frustrazione si trasforma in pura rabbia, tanto da soppiantare l’amore verso i suoi cari e condannarli a scendere nel suo stesso abisso. Le sue scene diventano quasi irritanti per quanto il personaggio ricerchi una libertà puramente nominale, e solo l’ultimo incontro con il più oscuro e spregevole William (Ed Harris) permette di rendersi conto di quanto artificiale e forzata risulti l’evoluzione del personaggio.

 dolores

Allo stesso modo, il personaggio di Harris affronta il cambiamento del parco scendendo ancor più in un pozzo oscuro, dando sempre più forma e voce alla sua vera indole che il gioco perverso delle Attrazioni ha creato in primo luogo. Il suo percorso lo porta inevitabilmente alla distruzione psicofisica, incapace di distinguere realtà e finzione in un contesto sempre più sfocato in cui muoversi. La sua autodistruzione segna tutta la debolezza e limitatezza della componente umana dei personaggi nello show.

Un percorso inverso viene invece compiuto da Maeve, interpretata da una spettacolare Thandie Newton, che da essere il personaggio più badass e solitario della prima stagione divento quello più potenzialmente altruista, seppur continuando a perseguire i suoi scopi. La ricerca spasmodica della figlia fittizia per cui prova vero amore lo porta fino ai confini del parco, dove l’incontro con il suo doppio asiatico di Shogun World la porta a riflettere sul libero arbitrio ottenuto.

ed harris

Il vero punto debole di questa annata dello show è di voler essere tante cose insieme senza mai andare a parare da una parte ben definita, se non nel catartico finale dove si intrecciano linee temporali, segreti e colpi di scena last-minute.  In scene bibliche da Esodo e Giudizio Universale e discorsi fantascientifici come l’immortalità virtuale e la sorveglianza di massa, la sceneggiatura di Westworld fatica a raggiungere un turning point decisivo per l’affascinante narrativa, che ormai risulta completamente slegata dalla pellicola originale di Micheal Crichton.

Il colpo di pistola della scorsa stagione che doveva segnare il vero inizio della serie si è andato un po’ perso nel vuoto, con una sceneggiatura troppo frammentata da episodi, trame filler e novità introdotte in modo timido e poco incisivo come lo Shogun World, che oltre all’omaggio stilistico non restituisce molto altro. Ora tocca attendere fino al 2020 per la terza stagione, nella speranza che l’abbandono del parco possa far evolvere una narrazione ad oggi poco espressa e fumosa.


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Potete recuperare qui il cofanetto in Blu Ray 4K ultra HD della prima stagione di Westworld

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