La bioplastica? Si fa con olio di frittura e batteri

Bio-on è un'azienda emiliana con stabilimento nelle campagne di Castel San Pietro. Qui, all'interno di una vecchia fabbrica di yogurt, ha impiantato laboratori ultramoderni costati 20 milioni di euro per fabbricare bioplastica grazie a batteri e olio di frittura. Un business che parte da lontano, con l'acquisto nel 2008 di un brevetto alle Hawaii e che oggi sta facendo volare l'azienda in Borsa.

Di cosa si tratta esattamente? Innanzitutto va detto che prima dell'invenzione della plastica la natura già produceva catene polimeriche. La differenza fondamentale è che quelle utilizzate nelle materie plastiche sono particolarmente lunghe e complesse e non sono decomponibili in natura.

In passato fu visto come un vantaggio, perché assicurava di realizzare prodotti a bassissimo costo ma dall'elevatissima durata nel tempo. Ora invece c'è bisogno di realizzare materiali eco-friendly che possano essere smaltiti in tempi ragionevoli e la soluzione messa a punto da Bio-on appare tra le più promettenti.

Il PHA o poliidrossialcanoato, il polimero su cui è basata la bioplastica prodotta dall'azienda, è ottenuto dando in pasto a particolari batteri non patogeni tutti gli scarti lipidici delle lavorazioni industriali, dalle patate alle barbabietole, fino al glicerolo, passando appunto per gli olii di frittura. I batteri si nutrono delle fonti di carbonio presenti in questi scarti e le trasformano in riserve di energia, sotto forma di poliestere lineare, un polimero appunto. Bio-on ha poi messo a punto un procedimento di estrazione che impiega vapore e mezzi meccanici.

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Il risultato finale sono plastiche biodegradabili e idrosolubili, che stanno avendo larga diffusione in ambito industriale, cosmetico e medico, come nel caso dei fili chirurgici per le suture. Le potenzialità comunque sono enormi, come ha spiegato Marco Astorri, uno dei due cofondatori di Bio-on, perché la bioplastica prodotta ha le stesse proprietà termo-meccaniche di quella classica.

Quello delle bioplastiche è un business importante in cui crede anche l'Unione europea, che proprio ieri ha proposto incentivi per il settore e chiesto il divieto di utilizzare microplastiche nei cosmetici entro il 2020.

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