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Breve storia dell'Alieno, da La Cosa a La Cosa

Dove si parla di: coperte elettriche, carote indigeste e luoghi comuni duri a morire.

Breve storia dell'Alieno, da La Cosa a La Cosa

Breve storia dell'Alieno, da La Cosa a La Cosa

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Nota del curatore: se è vero che noi umani siamo le storie che ci raccontiamo, allora dev'essere vero che siamo un interminabile sguardo verso l'Altro. E niente rappresenta meglio l'alterità di un essere che non è nemmeno di questo mondo.

L'alieno viene da lontano, da oltre la frontiera, al di là del mare e delle montagne. Porta con sé un carico di ignoto, una paura che scatta sempre. L'alieno è il Mostro perfetto; messo a nudo dall'Archivista, si rivela malvagio, crudele, sanguinario, eppure perfetto per mostrare l'infinità capacità dell'Umano. Non tutti gli alieni sono così, ma prima di vederne alcuni teneri e coccolosi come ET ci sarebbe voluti del tempo.

Non appena abbiamo saputo dell'esistenza di altri mondi abbiamo spostato lì l'origine dell'alieno, e in questo la fantascienza forse ha un po' aiutato a migliorare i rapporti tra esseri umani. Allontanandolo lo abbiamo reso più potente, ed ecco che il Mostro è preso nuove forme, nuovi poteri, e soprattutto è diventato un volano si simbolismi mai visti prima.

La scienza ci ha portato la consapevolezza di altri mondi, la fantascienza ci ha fatto nascere dei Mostri, e loro vengono sulla Terra a ricordarci chi siamo.

Valerio Porcu

Archivi Acronali Puntata Zero

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copertina archivi acronali

Fragili umani dalle armi inefficaci

Chi ha avuto modo di assistere al recente Alien: Covenant di Ridley Scott (2017), si sarà sganasciato nel vedere all'opera la più sgangherata banda di soldati-pasticcioni di cui si abbia memoria dai tempi del fumetto Beetle Bailey. Anche se investiti del più vitale e delicato incarico - proteggere dalle insidie di un ecosistema xenobiologico una spedizione coloniale - questi sconsiderati marmittoni paiono un branco di turisti ubriachi smarriti nel duty free shop dell'aeroporto, inciampano nelle proprie stringhe a ogni passo e chiamano la mamma al minimo imprevisto.

Al loro confronto i pur maldestri e male armati Marines di Aliens - scontro finale (James Cameron, 1986) sembrano quasi i Trecento di Frank Miller, il che è tutto dire... Ma in realtà non si tratta semplicemente di un mero fattore umano. Di fatto, l'inefficacia di ciò che da sempre costituisce il vanto della creatività umana, vale a dire le armi più sofisticate, è un tratto che unisce gran parte della produzione cinefantastica del Novecento (e oltre).

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Vada per i marziani di Wells, che sono ragazzi cervelluti, ma... Come fa il Godzilla di Ishiro Honda (1954) a resistere ai colpi di cannone? Come è possibile che gli animali del pianeta Pandora (Avatar, 2009) ab­bia­no una "corazza troppo spessa" per pallottole che potreb­bero sbriciolare il cemento armato? Come fanno comuni creature terrestri, per quanto ingigantite, quali La mantide omicida (Nathan Juran, 1957) o la Tarantula di Jack Arnold (1955) a resistere agli assalti esplosivi del più potente esercito del pianeta? Non sono fatte anch'esse di morbido tessuto vivente?

tarantula jack arnold 1955 8

È chiaro che l'indifesa fragilità degli esseri umani - che si rivela proprio là dove essi si credono invulnerabili - è il fattore trainante di queste narrazioni, ciò a cui ogni sceneggiatore deve ricorrere per non ridurre la lotta contro il mostro di turno a un rapido e laconico tiro al piccione. La sola arma che può fermare l'abominio alieno-radioattivo-preistorico deve essere recondita, insospettabile, prodotta da un caso fortuito, da un'astu­zia della ragione o dallo sviluppo di una micro-rivo­luzione scientifica. È un meccanismo classico, stereotipato, che però sembra anche toccare un nervo scoperto dell'immaginario collettivo, rispondere a domande che si muovono nella coda dell'occhio della nostra coscienza.

La cosa da un altro mondo

Andando alla ricerca di una chiave per questa porta, prendiamocela comoda e facciamo un giro lungo. Cominciamo da un super-cult come The Thing From Another World (1951), la pellicola che - accanto a un paio d'altre - apre più o meno ufficialmente la Golden Age del cinema fantamostruoso americano.

thething

L'anedottica ufficiale da cui l'opera di Christian Nyby sostiene che l'inesperto regista (in realtà bazzicava i set di Hollywood almeno dal '43) sia stato "accompagnato" nelle riprese dal produttore Howard Hawks, al quale spetterebbe la vera paternità dell'opera. A sostegno di questa tesi persino la documentatissima Storia del cinema di fantascienza di Claudia e Giovanni Mongini ci racconta che "Nyby, dopo, scomparve dalle scene", il che purtroppo non corrisponde a verità: il regista californiano, semplicemente, si trasferì in televisione, dove fu attivissimo fino alla metà degli anni Settanta. Ma questo è tutto sommato un dettaglio secondario.

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Più intrigante è piuttosto la trita litania che vorrebbe a tutti costi fare di The Thing from another World un "B-movie", un lavoro segnato dalla penuria di mezzi e dunque da effetti speciali da quattro soldi. Il critico inglese John Scalzi, per esempio, lo paragona in questi termini al remake carpenteriano del 1982, a cui dedicheremo due parole prossimamente: "il film degli anni Cinquanta maschera gli effetti scadenti e la scarsità del suo budget dietro i personaggi e l'intreccio, quello degli anni Ottanta cela la debolezza dei personaggi e della storia dietro gli effetti e il ricco budget"; un'affermazione che, facendo torto a tutti, non rende giustizia a nessuno.

In realtà, se paragonata con quella dei suoi due "coetanei" più noti, la produzione de La cosa da un altro mondo risulta senza dubbio vincente: con un milione e seicentomila dollari di finanziamento surclassa i 936mila verdo­ni di When The Worlds Collide (Rudolph Maté) e supera quanto basta il milione e duecentomila di Ultimatum alla terra (Robert Wise). Certo non può competere con i sette testoni e passa di un Quo Vadis, però non sfigura accanto al milione e ottocentomila del blasonatissimo Un tram che si chiama Desiderio di Elia Kazan.

thething monster deformed

Ma soprattutto - toccando il fondo di questa mortificante contabilità - non si può non sorridere scoprendo che, secondo i calcoli del super-esperto Janne Wass, se il film di Nyby fosse stato girato nel 1982 sarebbe costato, al netto dell'inflazione, un paio di milioni più di quello di Carpenter! Del resto, perché mai - se si fosse trattato di una messinscena abborracciata alla meglio, come tanta critica sembra voler sostenere - il truccatore Lee Greenway avrebbe impiegato ben cinque mesi (realizzando diciotto diversi modelli) per mettere a punto il make up dell'alieno? Non sarebbe bastato un "buona la prima"?

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