Le grandi istituzioni finanziarie stanno riversando decine di miliardi di dollari nel settore dell'intelligenza artificiale, proprio mentre gli esperti iniziano a parlare apertamente di una possibile bolla speculativa. Un paradosso che ricorda da vicino quello che accadde alla fine degli anni Novanta con la bolla delle dot-com, quando gli investimenti continuarono a crescere nonostante i primi segnali di allarme. La differenza sostanziale è che questa volta i protagonisti non sono più solo le aziende tecnologiche, ma anche i giganti del credito privato e gli investitori obbligazionari.
Gli investimenti più grandi, d'altra parte, sono sulle infrastrutture; ed è lecito pensare che se anche la "bolla AI" dovesse scoppiare domani, continueremo ad aver bisogno di data center per far funzionare il mondo. Gli investimenti, dunque, potrebbero apparire un po' coraggiosi ma non azzardati.
Le cifre in gioco sono impressionanti: JPMorgan Chase e Mitsubishi UFJ Financial Group hanno orchestrato un prestito da oltre 22 miliardi di dollari destinato a finanziare l'espansione di Vantage Data Centers. Nel frattempo, Meta ha ottenuto 29 miliardi da Pacific Investment Management e Blue Owl Capital per costruire un mastodontico centro dati nella Louisiana rurale. Secondo gli analisti di UBS, il credito privato sta pompando almeno 50 miliardi di dollari ogni tre mesi nel settore dell'intelligenza artificiale.
Matthew Mish, responsabile della strategia creditizia di UBS, ha rivelato che i finanziatori privati stanno fornendo "da due a tre volte quello che offrono i mercati pubblici", anche escludendo i mega-accordi di Meta e Vantage. Una sproporzione che evidenzia come il settore sia diventato dipendente da fonti di finanziamento alternative rispetto al tradizionale autofinanziamento delle big tech come Google e Meta.
L'ombra della bolla e i paralleli storici
Sam Altman, CEO di OpenAI, non ha usato mezzi termini quando ha tracciato parallelismi tra l'attuale corsa agli investimenti nell'AI e la bolla delle dot-com. Durante un'intervista sulle valutazioni delle startup, ha avvertito che "qualcuno finirà per scottarsi". Le sue parole hanno contribuito al crollo dei titoli tecnologici della scorsa settimana, che ha coinvolto colossi come Amazon, Apple, Google e Nvidia.
A rafforzare i timori è arrivato anche uno studio del MIT che ha rivelato come il 95% delle aziende analizzate stia ottenendo "zero ritorno" dall'intelligenza artificiale generativa. Un dato che fa riflettere, soprattutto considerando che OpenAI stima di aver bisogno di trilioni di dollari per sviluppare un'infrastruttura AI adeguata.
Quello che preoccupa maggiormente gli osservatori del mercato creditizio è il cambiamento radicale nelle modalità di finanziamento del settore. Se inizialmente erano le stesse aziende tecnologiche a investire le proprie risorse nello svilupno dell'AI, ora la dipendenza da prestatori privati e investitori esterni è diventata strutturale. Stiamo vedendo colossi da miliardi di dollari che cercano finanziatori come se fossero startup, per avviare progetti di dimensioni mai viste prima.
Questo spostamento espone il settore a rischi di liquidità e a potenziali strette creditizie che potrebbero frenare bruscamente lo sviluppo tecnologico.
Kate Lybarger, direttrice dell'innovazione nei pagamenti di Discover Network, sottolinea come l'approccio all'AI debba essere guidato dalla precisione e dalla trasparenza. "Se stai costruendo qualcosa con l'intelligenza artificiale, niente è più importante della fiducia", ha spiegato, evidenziando come queste soluzioni richiedano enormi quantità di dati, potenzialmente informazioni sensibili dei clienti. La sua visione è che l'AI non rappresenti una rivoluzione fine a se stessa, ma uno strumento potente che deve essere impiegato con responsabilità e in linea con le aspettative dei consumatori e le normative emergenti.