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L'era dell'IA come la corsa agli armamenti: investimenti trilionari per dominare il mercato

Google, Amazon e Meta investono miliardi nelle infrastrutture AI, ma quali sono i costi per ambiente, creativi e rete elettrica?

Avatar di Valerio Porcu

a cura di Valerio Porcu

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 01/08/2025 alle 11:44

La notizia in un minuto

  • Le grandi tech come Google, Amazon e Meta stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nell'AI, con Google che destina 85 miliardi solo per il 2025 e Amazon 100 miliardi, creando una corsa senza precedenti per dominare il settore
  • Il mondo creativo è sotto minaccia esistenziale dall'AI: artisti e scrittori denunciano l'uso non autorizzato delle loro opere per addestrare algoritmi che poi li sostituiscono, mentre le aziende AI vincono le battaglie legali invocando il "fair use"
  • Il Regno Unito introduce l'Online Safety Act che impone alle piattaforme social misure di protezione per i minori, mentre Adobe cerca un equilibrio sviluppando strumenti AI "creator-safe" rispettosi dei diritti d'autore

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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La corsa all'intelligenza artificiale delle Big Tech ricorda, per molti versi, la corsa agli armamenti: investimenti di centinaia di miliardi di dollari in una competizione globale che ha come unico obiettivo quello di dominare il settore dell'IA, in cui si danno battagli Google, Amazon, Meta e altri giganti, che rivedono costantemente al rialzo i propri budget. Il paradosso è che mentre la tecnologia dovrebbe teoricamente ridurre i costi, nel caso dell'intelligenza artificiale sta accadendo esattamente il contrario, con una spirale di spese che sembra non conoscere limiti.

I risultati finanziari condivisi dalle aziende nelle scorse settimane hanno rivelato cifre che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate fantascientifiche. Google ha annunciato un investimento di 85 miliardi di dollari solo per il 2025, destinati esclusivamente alla costruzione di infrastrutture AI e cloud, con la previsione di aumentare ulteriormente questa somma nel 2026. Per comprendere la portata di questi numeri, basti pensare che rappresentano quasi l'intero fatturato trimestrale dell'azienda, che nel secondo trimestre di quest'anno ha registrato ricavi per 94 miliardi.

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La guerra dei data center

Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, ha descritto la situazione attuale come un "ambiente di scarsità di risorse" per quanto riguarda le infrastrutture necessarie al processamento dell'AI. Non si tratta solo di una questione economica, ma di una vera e propria sfida logistica e ambientale. La costruzione di data center richiede enormi quantità di energia e risorse naturali, mettendo sotto pressione le reti elettriche locali in tutto il mondo.

Amazon non è da meno, con Andy Jassy che ha programmato investimenti per 100 miliardi di dollari nel 2025, la "stragrande maggioranza" dei quali sarà destinata alle capacità AI della divisione cloud. Un aumento significativo rispetto agli 80 miliardi spesi nel 2024. Il CEO di Amazon ha sfatato un mito comune durante una chiamata con gli investitori: "A volte si pensa che riducendo i costi di una componente tecnologica si riduca automaticamente la spesa totale in tecnologia. Non abbiamo mai visto che questo sia il caso".

Meta punta sui "super data center"

Mark Zuckerberg ha alzato ulteriormente la posta, parlando di investimenti nell'ordine delle "centinaia di miliardi" per costruire una rete di data center massicci negli Stati Uniti. Uno di questi dovrebbe essere operativo entro il 2026, mentre le stime iniziali di spesa per il 2025, precedentemente fissate a 65 miliardi, sono state riviste in una forbice tra 64 e 72 miliardi di dollari.

La tecnologia non sempre riduce i costi totali

L'impatto sulle industrie creative

Mentre le big tech investono cifre astronomiche nell'AI, un'altra battaglia si sta consumando nei tribunali e negli studi creativi di tutto il mondo. Le aziende di intelligenza artificiale sono sotto accusa per aver utilizzato opere protette da copyright senza autorizzazione per addestrare i loro algoritmi. Artisti, scrittori e creativi si trovano di fronte a una minaccia esistenziale: vedere il proprio lavoro cannibalizzato da macchine che imparano dalle loro opere per poi sostituirli.

Sam Altman, CEO di OpenAI, non ha usato mezzi termini: "Significherà che il 95% di ciò per cui i marketer oggi utilizzano agenzie, strateghi e professionisti creativi sarà gestito dall'AI facilmente, quasi istantaneamente e a costi quasi nulli. Nessun problema". Una dichiarazione che ha scatenato le ire del mondo creativo, già alle prese con licenziamenti e riduzioni dei team.

Coalizioni di artisti hanno intentato diverse cause per violazione del copyright contro le principali aziende AI, incluse OpenAI, Meta, Microsoft, Google e Anthropic. Celebrità come Sarah Silverman e Ta-Nehisi Coates si sono unite alla battaglia legale. Le aziende si difendono invocando la dottrina del "fair use", sostenendo di poter utilizzare materiale protetto gratuitamente e senza consenso. Finora, le compagnie AI stanno vincendo questa guerra legale.

Adobe cerca la via di mezzo

In questo scenario polarizzato, Adobe sta tentando di trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica e rispetto per i diritti degli artisti. L'azienda ha sviluppato due strumenti definiti "creator-safe": il modello AI Firefly, addestrato esclusivamente su contenuti con licenza o di dominio pubblico, e l'Adobe Content Authenticity web app, che permette agli artisti di segnalare quando non vogliono che le loro opere vengano utilizzate per l'addestramento dell'AI.

Andy Parsons, direttore senior di Adobe, spiega l'approccio dell'azienda: "Gli artisti possono applicare una firma digitale nello stesso modo in cui un fotografo firmerebbe una foto o uno scultore inciderebbe le sue iniziali in una scultura". Adobe non utilizza il crawling del web aperto, preferendo dataset con diritti chiari d'uso, anche se questo limita le capacità del loro AI.

Nuove regole per la sicurezza online

Mentre la battaglia sull'AI infuria, il Regno Unito ha introdotto una svolta normativa significativa. Da venerdì scorso, l'Online Safety Act impone alle piattaforme social media di implementare misure di protezione per i minori o affrontare pesanti sanzioni. La legge copre giganti come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e Google, rappresentando un test cruciale per la regolamentazione del settore tecnologico. Questo cambiamento normativo potrebbe fungere da modello per altri paesi che stanno considerando approcci simili alla sicurezza digitale dei più giovani.

Fonte dell'articolo: www.theguardian.com

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