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Start-up? I soldi sono la cosa più facile da trovare

Abbiamo fatto due chiacchiere con Michele Balbi, presidente di Teorema, a proposito di un bando teso a cercare start-up davvero promettenti sul territorio italiano.

Lavorare con Michele Balbi non dev’essere facile: un uomo che non conosce pause, weekend, ferie e che dal nulla ha creato Teorema, una software house interamente italiana specializzata nelle tecnologie informatiche di frontiera.

Alla base c’è sicuramente una volontà ferrea di emergere, abbinata a una schiettezza e una trasparenza che diventano subito evidenti quando gli parli.

L’altro punto cruciale della sua personalità è la spasmodica ricerca negli altri delle stesse molle che lo hanno spinto in questi anni alla creazione di qualcosa di grande: passione e dedizione assoluta alla causa che si vuole portare avanti.

Per questo, teorema ha lanciato un nuovo bando relativo al loro TILT (Teorema Innovation Lab Trieste), la divisione di teorema dedicata alla ricerca e sviluppo di start-up italiane. Ma convincere Balbi non sarà facile:

“Sono stufo di usare la parola Start-up” – ci dice durante l’intervista – “perché è ormai abbinata a un concetto profondamente sbagliato. Chi fonda una start-up ha in mente Zuckerberg, Page e Tesla: gente che ha lanciato un’idea ed è diventata ricca. E allora si va di emulazione, ma non è così che funziona. Aver successo non vuol dire stilare un business plan, mostrarlo in giro e campare di sovvenzioni. Per aver successo serve avere una buona idea, ma soprattutto un buon piano per metterla in pratica. Di Facebook, Google e Tesla ce ne sono una per settore e la maggior parte degli spazi è già presa. Una start-up oggi deve avere un piano concreto e un prodotto che si regge in piedi.”

E quindi arriviamo alla parte più interessante: “Paradossalmente, i soldi al giorno d’oggi sono la cosa più facile da trovare. Quel che è difficile trovare è la gente a cui darli.”

Ma a chi vuole dare dei soldi Balbi?

A imprese giovani che hanno già un prodotto, solido e con un mercato, che hanno bisogno di una mano per crescere.

“Se quando ho fondato Teorema” – dice Balbi – “ci fosse stato qualcuno in grado di darmi una mano con la gestione finanziaria, l’organizzazione aziendale o anche solo mettendomi a disposizione una sede più grande o i fondi per assumere il personale, forse c’avrei messo cinque anni invece di dieci per arrivare dove siamo adesso. A me piacerebbe proprio fornire questo tipo di supporto a gente che dimostri di avere i numeri per sfondare”.

Questo è il terzo tentativo di TILT di scovare startup meritevoli, ma nei bandi precedenti Balbi non ha trovato nessuno in grado di convincerlo.

“Quando ci troviamo davanti una startup, la prima domanda che gli faccio è se ha un prodotto e, se ne hanno uno, quanti ne hanno venduti. Già la prima risposta è un grosso scoglio: la maggior parte delle startup non ha ancora prodotto nulla di vendibile, mentre quelle poche che hanno già il prodotto non sono riuscite a piazzarlo sul mercato. Andando a cercare i motivi di questi due ‘no’, si scoprono i motivi: le startup sono spesso fumose, basate su di una idea senza avere un piano su come realizzarla.”

Alla domanda “come avete vissuto finora”? Di solito ci rispondono che hanno vinto delle sovvenzioni, dei concorsi pubblici, delle sponsorizzazioni. Ma quello di vivere di sovvenzioni e sponsorizzazioni non è il business plan che abbiamo in mente: chi partecipa a Tilt deve avere un’ottima idea in mente e un percorso chiaro su come metterlo in pratica.

“Nei colloqui che faccio con gli aspiranti imprenditori, faccio loro una domanda provocatoria: ‘cosa faresti se decidessi di darti mezzo milione di euro?’ – nessuno è riuscito finora a darmi una risposta convincente.

Ma che risposta vorrebbe sentirsi dare Balbi?
“La risposta giusta è ‘non mi servono 500.000 euro, me ne bastano molti meno’ o almeno avere il coraggio di accettare sfide importanti, confidando nei propri mezzi”.

Esattamente come ha fatto il vincitore di un concorso per giovani inventori.

“Il mese scorso mi hanno chiesto di partecipare come giurato in un concorso filantropico in cui si sarebbe assegnato un premio di 10.000 euro a una startup. Ho scartato laureati, ingegneri e tanti altri. Il premio, invece, lo ha meritato un sedicenne con un sogno: diventare un video creator. Mi ha impressionato per l’aggressività con cui ha presentato il suo progetto, la grinta e la passione che ci ha messo. Si era già progettato e costruito con Arduino tutta una serie di strumenti che gli permettevano di muovere le telecamere da un solo computer, facilmente utilizzabile. Gli servivano i soldi per finalizzarsi lo studio e io gli ho detto che subito gli avrei fatto dare 5000 euro per dargliene poi altri 10000 se fosse riuscito a produrre dei video in grado di dare risalto all’associazione benefica che aveva indetto il concorso. Lui ha accettato senza batter ciglio i “forse 15” invece di “10 subito” perché sa che li avrà. Ecco, questaè la gente che voglio….”