Cinema e Serie TV

28 giorni dopo, recensione: zombie in salsa inglese

A sei anni dal successo internazionale con Trainspotting e a due anni dalla consacrazione con The Beach, Danny Boyle si cimentava nel 2002 con un film di genere horror, con protagonisti gli immancabili morti che camminano. Ora 28 giorni dopo è arrivato sulla piattaforma Disney Plus, nella sezione Star. Jim (Cillian Murphy, Inception, The Dark Knight) è un pony express che, a causa di un incidente, entra in coma. Al suo risveglio in ospedale trova il nosocomio completamente deserto: anche l’intera città di Londra sembra completamente abbandonata. Scoprirà in breve tempo che l’intero Regno Unito è stato colpito da una strana forma di infezione che trasforma le persone in animali senza ragione, violenti e che si cibano di altri esseri umani.

Per accedere al servizio di Streaming Disney+ potete sottoscrivere un abbonamento annuale (con 2 mesi in omaggio).

28 giorni dopo: non esattamente zombie

La definizione di zombie è molto precisa e deriva dal folklore haitiano, secondo il quale alcuni stregoni possono intrappolare una parte dell’anima di una persona in un contenitore, per poi restituirla al corpo oramai sepolto del legittimo proprietario. Questo si risveglierebbe come schiavo, caratterizzato da lentezza, indolenza e non mentalmente presente. Nel tempo l’idea dello zombie si è diffusa in tutto il mondo e ha trovato terreno fertile in ogni forma di espressione di fantasia, quali libri, cinema, serie TV e giochi da tavolo e di ruolo e videogiochi.

28 giorni dopo

Nel tempo il concetto stesso si è allargato, oltrepassando i “limiti” del semplice non morto riportato in vita da uno stregone: si è introdotta l’origine patogena (virus, batteri, parassiti) in grado sia di riportare in vita i morti, sia semplicemente di infettare i vivi trasformandoli in esseri privi di ragione, oppure le origini “chimiche”, quali droghe o composti inquinanti assunti via cibo o acqua. In 28 giorni dopo l’origine degli zombie è il virus della rabbia, modificato artificialmente in laboratorio e sperimentato su animali, che sfugge al controllo degli scienziati e dilaga nella popolazione, rendendo gli individui estremamente violenti e privi di intelligenza.

Running zombie, running production

Un’altra suddivisione tipica nella rappresentazione degli zombie riguarda il movimento: in alcuni casi questi non morti sono lenti esseri senza vita e senza cervello, che cercano di mietere le proprie vittime con la forza del numero (a esempio in The Walking Dead); in altri casi questi mostri sono abili corridori, addirittura atleti instancabili che sfiancano le loro prede e le aggrediscono rapidi e (quella è una costante) numerosi (World War Z è forse il film che ha meglio rappresentato il fenomeno, con una dinamicità e una spettacolarità mai raggiunta prima).

28 giorni dopo

La scelta dello sceneggiatore Alex Garland (Ex Machina, Annientamento) è caduta sulla seconda categoria, in perfetta armonia con la scelta di considerare questi zombie a tutti gli effetti non dei morti viventi, ma delle persone affette da una malattia che li spinge a un’indole violenta e aggressiva, priva di raziocinio.

Vien naturale, parlando del concetto “running zombie”, il parallelo con una delle principali caratteristiche della produzione del film, e cioè la velocità. La pellicola è stata infatti caratterizzata da grande celerità in ogni sua parte: il film è stato portato sul grande schermo in meno di due anni dalla prima stesura della sceneggiatura; inoltre le molte scene girate nella deserta Londra non sono state effettuate con effetti speciali, ma interrompendo il traffico per brevi lassi di tempo a orari specifici, tipicamente all’alba o al tramonto.

La troupe aveva quindi pochi minuti per allestire le scene, girare e smontarle, in un ritmo forsennato dove ogni errore sarebbe costato caro. Questo modus operandi è stato usato anche nella scena sull’autostrada, resa deserta da pattuglie della polizia che hanno rallentato il traffico creando brevi momenti utili a effettuare le riprese necessarie.

Dietro la maschera

Ancora una volta possiamo sostanzialmente dividere il genere zombie in due grandi famiglie. Da una parte, i film puramente horror, tipicamente concentrati sull’elemento paura/terrore, visivamente sottolineati da scene più o meno splatter e con una trama lineare, che non ha secondi fini e particolari simbolismi; dall’altra, i film che usano la storia come uno strumento funzionale a veicolare un messaggio, più o meno complesso, ma tipicamente di critica nei confronti della società.

Come ci si poteva aspettare da un regista affermato come Danny Boyle, 28 giorni dopo ricade pienamente nella seconda categoria: al di là degli artifici stilistici, tesi con determinazione a creare una crescente sensazione di angoscia e tensione nello spettatore, è evidente in ogni elemento della trama la critica feroce alla società moderna e allo scempio che l’uomo sta compiendo sul pianeta terra.

28 giorni dopo

La causa di questa apocalisse zombie è uno virus artificiale, creato dall’uomo, che viene iniettato in alcuni primati. L’abuso dell’uomo sull’animale è presentato crudelmente sia dal punto di vista fisico (con animali vivisezionati), sia da quello psicologico (con scimmie costrette a vedere video costanti di violenza, ovviamente umana). Gli ambientalisti che liberano inavvertitamente il virus non sono presentati come eroi, ma come sprovveduti che non sanno davvero quello che stanno facendo, a dimostrazione che l’uomo, anche quando cerca di risolvere i guai che ha creato, riesce anche a peggiorare le cose. Il ruolo dell’uomo è criticato apertamente attraverso le parole di uno dei soldati che i protagonisti incontreranno nel loro viaggio:

Se pensate all’intera vita del pianeta, noi… uomini, donne, siamo qui soltanto da pochi miseri istanti. Perciò se l’infezione ci spazza via… quello sarà il ritorno alla normalità.

L’ultimo elemento sottolineato da sceneggiatura e regia riguarda sicuramente la regressione, in un mondo privo di istituzioni e regole, dell’uomo ad animale: troviamo quindi una rappresentazione grottesca dei soldati che, tagliati fuori da ogni linea di comando superiore, si riducono a un branco, regolato da leggi interne che vengono imposte agli altri tramite l’uso della forza. E’ evidente che le peggiori nefandezze sono quelle perpetrate dagli umani non malati, quelli che non hanno contratto il virus: la crudeltà e la stupidità non possono essere giustificate perché provengono da mente razionali; la legge del contrappasso ancora una volta segnerà il giudizio degli autori su questo aspetto dell’essere umano.

Everything is sh*t

Il punto di vista critico e negativo è ben rappresentato dalla protagonista femminile del film, Selena (interpretata da Naomie Harris: Skyfall, Collateral Beauty) e dal suo motto “Everything is sh*t”. La sopravvivenza è l’unica cosa che conta e uccidere è l’unico modo per garantirla. Eppure fin dall’inizio è evidente che c’è un barlume di speranza, anche in questo buio dell’anima. E’ essenziale in tal senso il ruolo della famiglia e la riscoperta del ruolo di protezione verso i giovani: l’incontro con Hannah e suo padre (interpretato da un ottimo Brendan Gleeson, unico vero attore di esperienza del film) e la loro voglia di normalità, dà l’avvio a un percorso di guarigione emotiva verso una vita che potrebbe essere migliore e, addirittura, valevole di essere vissuta pienamente.

Selena: Io pensavo che mi sbagliavo.

Jim: Su cosa?

Selena: Queste morti. Questa merda. Per Frank e Hannah non hanno molta importanza perché lei ha suo padre e lui ha sua figlia, perciò… mi sbagliavo a dire che il meglio che possiamo fare è sopravvivere.

L’elemento della speranza nonostante le tragedie è evidente non solo nei percorsi e nella maturazione dei personaggi, ma anche e soprattutto nella scelta del finale. E’ significativa infatti la contrapposizione con la conclusione alternativa, girata ma scartata: senza anticipare le due visioni, il contrasto è tale da rendere evidente il tono che si è voluto dare al film.

Nella cultura di massa

28 giorni dopo è universalmente riconosciuto come il capostipite del revival del genere zombie post apocalittico avvenuto negli anni 2000 (complice il contemporaneo successo del franchise di Resident Evil che, dopo tre titoli videoludici, approdava proprio nello stesso anno al cinema con il primo film). Oltre a un proprio sequel intitolato 28 settimane dopo, l’influenza sui prodotti di genere è evidente: dal remake de L’alba dei morti viventi, al già citato World War Z, passando per la serie The Walking Dead. Gli anni successivi sono stati segnati da un fiorire di prodotti basati sugli zombie, fino all’inevitabile calo con l’arrivo del nuovo decennio. Fra tutti, 28 giorni dopo si distingue anche per essere riuscito con coraggio a costruire una storia potente, dallo stile angosciante e quasi fastidioso, con un budget di soli otto milioni di dollari e incassando globalmente dieci volte tanto.