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Cinema e Serie TV

5 indimenticabili robot della nostra infanzia

Dopo le recenti dichiarazioni di Elon Musk relative alla creazione di un mecha, ci è tornata la voglia di esplorare il mondo dei robot a cartoni animati.

Negli ultimi giorni, Elon Musk ne ha detta un’altra delle sue. Il geniale creatore di Tesla e Space X, da qualche tempo ormai apparentemente fuori controllo, ha pubblicato un tweet in cui ha dichiarato che i tempi sarebbero maturi per cominciare a pensare alla creazione di un mecha, ovvero di un robot umanoide controllato da un essere umano.

Ma è possibile? Chi vi scrive non è un esperto di robotica, né tanto meno un tecnico, ma a guardarsi attorno possiamo tranquillamente dire, con serenità, che il mondo della robotica, per quanto sviluppato, non è effettivamente così all’avanguardia da permettere un’integrazione uomo/macchina così precisa come richiederebbe un mecha.

I robot degli ultimi anni hanno innegabilmente compiuto passi da gigantema forse è davvero troppo presto per pensare ad un robot, presumibilmente alto qualche metro, che possa essere controllato dall’uomo in modo così preciso da permettere anche azioni basilari come il movimento, figurarsi azioni complesse come il lavoro o il combattimento.

Eppure, innegabilmente, l’idea di un mecha prodotto in serie affascina, specie chi è cresciuto in quegli anni in cui i robot arrivavano in TV per mezzo dell’animazione giapponese, a dir poco fondamentale per la creazione nell’immaginario comune dell’idea dei robot.

Un po’ nostalgici, un po’ nerd (inguaribili), abbiamo quindi colto la palla al balzo ed abbiamo deciso di ripercorrere insieme la nostra comune infanzia, segnata da quei robot, bellissimi e iconici, che tanto a lungo sono stati in rotazione sulle varie emittenti nazionali. Preparatevi a commuovervi, questi sono “5 indimenticabili robot della nostra infanzia”.

Perché solo 5? Perché la produzione di robot, tra super e real, è stata a dir poco sconfinata dalle origini degli anni ’70 sino anche ai soli anni 2000. Con un’offerta così ampia, abiamo voluto concentrarci su cinque mecha a dir poco iconici, ma non è detto (qualora l’idea vi piaccia, e in quel caso commentate!) che non si dedichi al tema un secondo approfondimento.

Boston Dynamics fa ballare il suo robot sulle note di Bruno Mars!

Boston Dynamics ha recentemente pubblicato su YouTube un nuovo video relativo ai movimenti dei suoi futuristici robot. Dopo Atlas, che si era reso capace di fare parkour, è il turno di SpotMini, il robot quadrupede, le cui articolazioni sono così precise da essere diventato in grado di… ballare. Il video in questione mostra proprio la prima coreografia del robot, che si scatena al ritmo della celebre hit "Uptown Funk" dell'artista Bruno Mars.Il video completo e relativi crediti li trovate qui -> https://www.youtube.com/watch?v=kHBcVlqpvZ8&t=6sQui invece il robot Atlas che fa parkour -> https://www.facebook.com/tomshardware.it/videos/302294097264414/

Publiée par Tom's Hardware Italia sur Mercredi 17 octobre 2018

Mazinga Z (e il Grande Mazinga)

Quando si parla dei robot delle serie animate giapponesi, è importante fare una distinzione tra quelli che sono i “Super Robot” e quelli che sono i “Real Robot”. Due generi distinti con specifiche peculiarità, e con uno specifico impatto culturale.

I primi sono i robot creati a partire dagli anni ’70, in cui il robot, più che il suo pilota, è protagonista assoluto della scena. I Super Robot sono canonicamente alti diversi metri, sono unici (cioè non prodotti in serie) e sono dotati di poteri ai limiti del divino, il che li rende gli unici baluardi nella difesa dell’umanità. I “real”, invece, sono i robot figli della produzione in serie, presenti in diversi modelli, e che spesso vengono associati a storie dal forte carattere militare o politico (si pensi a Gundam).

Mazinga è così popolare che sono innumerevoli le opere in cui il robot è comparso. partendo da crossover come Mazinga Z contro Devilman, sino ai film ed ai remake. Di recente vale sicuramente la pena recuperare la serie anime Mazinger Edition Z: The Impact!, remake della serie originale, nonché il recentissimo film Mazinga Z: Infinity.

Nato nel 1972 ad opera di uno dei padri del manga, Go Nagai, Mazinga Z è certamente il primo e forse il più celebre dei Super Robot. Go Nagai lo creò immaginando, durante una giornata di traffico, quanto sarebbe stato bello se la sua macchina avesse tirato fuori due gambe per superare i veicoli in coda. Da quell’idea nacque il concetto dei Robot assemblabili e trasformabili che per buona parte degli anni ’70 e ’80 ha imperversato sulle TV giapponesi e non, portando poi alla nascita del filone robotico in tutta la sua maestosa produzione.

Mazinga Z è anche, e soprattutto, il primo capitolo della trilogia dei super robot ad opera di Go Nagai che porterà poi alla nascita di altri due amatissimi robot: il Grande Mazinga e Ufo Robot, più comunemente noto come Goldake. Purtroppo in Italia tutto questo è stato compreso solo più tardi a causa di problemi legati tanto ai diritti di trasmissione (Mazinga Z, per dire, è arrivato da noi molto dopo l’avvio della moda dei robot in TV), tanto alla diffusione, che ha tagliato diversi episodi del serial, tanto al doppiaggio che cambiò il nome del protagonista, Koji Kabuto, diverse volte in tutte e tre le serie.

Da noi il buon Koji è infatti arrivato anche con i nomi di Roy e Alcor, la qual cosa ha fatto credere a molti che si trattasse di tre personaggi diversi. In realtà Koji è il trait d’union dell’intera trilogia partendo da Mazinga Z e concludendo con Goldrake.

Se ti piace Mazinga Z potresti optare per una splendida action figuredi Tamashii Nations o, perché no, ad un ottimo ed economico model kit. Nel secondo caso, ovviamente, dovrai però montare il modellino da solo.

Jeeg Robot d’acciaio

Probabilmente il primo robot a nascere per una precisa esigenza commerciale, Jeeg viene creato e finanche disegnato per adattarsi al meglio al mercato dei giocattoli, che stava vivendo tempi d’oro grazie alla luce riflessa dei primi Super Robot. Toei, che deteneva i marchi televisivi dei primi robot di Go Nagai, chiese quindi all’artista un robot che si adattasse bene ai nuovi giocattoli, e Nagai pensò alle giunture magnetiche che potevano realizzarsi in modo intelligente sia per quanto riguardava il robot in sé, che il suo merchandise.

Da lì Jeeg non fece altro che riprendere quello che era il mood dei precedenti robottoni nipponici: una grande e antica minaccia che si risveglia/arriva sulla Terra e un solo eroe in grado di sconfiggerla assieme al suo robot. La rivoluzione qui fu, semmai, l’assenza di un vero e proprio pilota. Hiroshi Shiba non controlla Jeeg da un cockpit, ma è lui stesso la testa del robot, trasformandosi in seguito agli esperimenti condotti su di lui dal padre.

Jeeg è stato tra i più amati robot nel nostro Paese complice anche il suo protagonista, il cui aspetto da motociclista anni ’70 ha attecchito non poco sull’immaginario dei bambini dell’epoca. Di Jeeg, per altro, è stato anche proposto un sequel qualche anno fa quando, nel 2007, Go Nagai e Toei crearono “Shin Jeeg Robot d’acciao”, nuova serie con nuovi personaggi, ambientata ben 50 anni dopo la vittoria di Hiroshi Shiba sul popolo Yamatai. 

A Jeeg si deve, ovviamente, anche la titolazione e parte della morale del film “Lo chiamavano Jeeg Robot”, campione d’incassi italiano ad opera del regista Gabriele Mainetti.

Anche Jeeg ha avuto, negli anni, un gran quantitativo di merchandise. Il punto di forza è certamente nelle action figure, in cui si distinguono per il rapporto qualità/prezzo quelle Bandai. Qualora possa poi interessarvi, di recente la casa editrice J-Pop sta ristampando tutte le opere di Go Nagai, tra cui ovviamente anche Jeeg.

Ufo Robot Goldrake

Probabilmente la serie di robot più amata in assoluto in Italia essendo stata la prima ad arrivare nel nostro Paese tanto che, al suo esordio, scoppiò una vera e propria “Goldrake mania”, che portò anche a numerose controversie.

La prima, storica, trasmissione risale al 1978 quando il primo episodio fu trasmesso in fascia pre-serale su rete 2 (oggi Rai 2). Il clamore all’epoca fu eccezionale, poiché mai prima di allora un prodotto simile era stato trasmesso, nonostante Goldrake, in realtà, fosse arrivato nelle TV giapponesi già tre anni prima. Il successo fu straordinario, così grande che persino le due sigle, entrambe scritte da Luigi Albertelli su musica e arrangiamento di Vince Tempera, Ares Tavolazzi e Massimo Luca, furono in vetta alle vendite con quasi due milioni di dischi venduti totali. 

Noto nel suo Paese come “Ufo Robot Gurendaiza”, o semplicemente “Ufo Robot”, il nome Goldrake è sempre stato un mistero, ed è relativo per lo più all’edizione italiana anche se nessuno ha mai chiarito quale fosse il riferimento preciso nella scelta del nome che, per quanto assonante, nulla c’entra con quello originale. Ideato nel 1975 da Go Nagai nel mediometraggio “La grande battaglia dei dischi volanti”, Goldrake nasce per una mera esigenza commerciale, che cercava di cavalcare più che mai l’onda del successo dei robot di Go Nagai.

I primi robot dell’autore stavano infatti spopolando tanto attraverso i manga quanto attraverso gli anime e Toei, marchio televisivo dietro la produzione degli anime, propose a Go Nagari di creare una serie partendo proprio dalle basi di quel suo ultimo lavoro. Nacque così Ufo Robot, che fu creato da diversi rimaneggiamenti del mediometraggio di cui sopra ed a cui fu aggiunto il personaggio di Koji Kabuto che, assente nel film pilota, fu inserito per creare continuità con le due serie precedenti. La cosa curiosa è che tutto questo, almeno nelle idee originali, nasceva come un prodotto squisitamente indirizzato al mercato femminile.

Di recente la serie è stata persino reboottata grazie ad un’opera della casa editrice Akita Shonen, che riscrive gran parte della storia originale. Si chiama Grendizer Giga, ed è edito in italia da J-Pop.

Come immaginerete, ancher Goldrake ha avuto al seguito un quantitativo assurdo di merchandising, per altro vivissimo ancora oggi grazie all’inestinguibile passione per il collezionismo relativo ai modelli di robot. Bandai è certamente la regina di questi prodotti, e nella sua linea dedicata ai robot “Soul of Chogokin” vanta diversi set dedicati a Goldrake.

Daitarn 3

Uno dei più amati robot in Italia ma, paradossalmente, uno dei grandi flop nella storia dell’animazione robotica in Sol LevanteDaitarn 3nasce nel 1978 ed è uno dei figli della rivoluzione animata relativa ai Super Robot avviata da Go Nagai.

Dopo il successo di tante serie dedicate ai robottoni, anche altri concorrenti giapponesi cominciarono ad arruolare artisti e disegnatori per mettere in piedi show televisivi con l’intento, ovviamente, di creare anche il relativo e florido merchandise. Daitarn nasce quindi in Sunrise, compagnia di produzione che già qualche tempo prima aveva esordito nel campo dei robot con il suo Zambot 3(arrivato da noi nel 1981) che a differenza dei lavori di Go Nagai, cominciava a proporre in modo più esplicito il tema della guerra e delle sue conseguenze.

Sebbene nella narrativa di Go Nagai fosse da sempre presente il tema della guerra, lo spettro dell’atomico e tutto ciò che ne conseguiva, i primi Super Robot erano sempre e comunque caratterizzati da una prospettiva molto asciutta della storia, concentrandosi per lo più sugli scontri. Sunrise, invece, cominciava un cammino che l’avrebbe poi condotta nel ’79 a quella che è una delle serie robotiche per eccellenza in tema di guerra, ovvero Gundam. Nel mezzo si incastrò Daitarn 3, alla cui regia c’era Yoshiyuki Tomino che, per altro, poteva vantare di aver lavorato a stretto contatto con uno dei padri dell’animazione nipponica, ovvero Osama Tezuka, il papà di Astro Boy.

Tomino, con la complicità del character design di quello che sarebbe diventato tra i migliori artisti nel campo dei robot, Kunio Okawara (sarà questi ad inventarsi i Gundamdiede vita ad una serie che coniugava spionaggio in stile James Bond, comicità, conturbanti co-protagoniste femminili e ovviamente tante, ma tante botte tra robot. Daitarn 3, amatissimo nel nostro Paese, si divertiva a citare continuamente cinema e non solo, prendendo bonariamente in giro i suoi “colleghi” di altre serie robotiche, e canzonando anche alcuni cliché dell’animazione dell’epoca. Lanciò una moda, spentasi rapidamente ma poi ripresa dagli americani con i Transformers, di donare espressioni facciali ad i robot anche se questi, per ovvi motivi, non avrebbero dovuto averne.

A causa dello scarso successo in Giappone, non sono molti i modelli collezionabili relativi a Daitarn. Ancora una volta viene in nostro soccorso la linea “Soul of Chogokin” Bandai, solo occhio ai prezzi!

Voltron

Quella di Voltron è una storia abbastanza strana, perché quello che da noi è arrivato nel 1986 è un robot che, in realtà, era nato in Giappone con un altro nome e con tutt’altra trama. Il nome Voltron deriva infatti da un lavoro squisitamente statunitense, secondo il becero costume dell’epoca di importare prodotti giapponesi e di rimontarli per creare delle serie nuove che, nell’ottica delle produzioni americane, potessero soddisfare meglio le necessità del pubblico televisivo.

Voltron è il terzo caso, in ordine cronologico, di un qualcosa che l’America aveva già fatto dall’inizio degli anni ’80, prima con la serie Force Five (che includeva episodi di ben cinque serie differenti), poi con Robotech (che proponeva invece un miscuglio di alcuni prodotti Tatsunoko tra cui il ben noto Macross). Voltron era stato invece il frutto dell’unione di due serie Toei, ovvero Golion e Armored Fleet Dairugger XV. 

Due serie che non avevano nulla a che spartire e che invece furono tagliate, rimaneggiate e rimontate (complice ovviamente il doppiaggio) per creare da zero quella che anche da noi è conosciuta come Voltron. La licenziataria di questa barbarie televisiva era la World Events Production che, se con la prima stagione (quella in cui c’è il robot che tutti conosciamo) ottenne un buon successo, con la seconda derivante per lo più da Armored Fleet Dairugger XV, capitombolò rovinosamente nelle preferenze del pubblico tanto che una terza serie, originariamente richiesta anche a Toei, non fu mai messa in produzione.

Eppure, nonostante questo Voltron (o Golion che dir si voglia) divenne uno dei robot preferiti del grande pubblico, complice la trovata a dir poco meravigliosa, di creare un robot componibile che fosse composto da 5 diversi piloti, con altrettanti mezzi di forma leonina. I cinque robot che componevano Voltron, divennero i beniamini del giocattolo, e nonostante il capitombolo della serie animata, i leoni che formavano il robot rimasero a lungo tra le preferenze d’acquisto di molti bambini americani e non.

L’amore per Voltron è stato tale che, proprio di recente, Lego ha decicato al robot un bellissimo set componibile, nato proprio sulla spinta dei fan grazie al progetto Ideas, mentre Dreamworks, insieme a World Events Production (che ne detiene ancora i diritti) ha dato vita, nel 2016, ad una sorta di remake/reboot in computer grafica chiamato “Voltron: Legendary Defender”, disponibile in gran parte del mondo grazie a Netflix.