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Aladdin, recensione del live-action del Classico Disney

Nel 1992 arrivava al cinema Aladdin, il 31esimo Classico Disney, nel pieno del periodo che storicamente viene definito come il Rinascimento dell’enorme azienda che è diventato oramai il colosso di Burbank. Diretto da Ron Clements e John Musker, Aladdin vinse, l’anno successivo, anche due Oscar, uno alla miglior colonna sonora per Alan Menken e uno per la miglior canzone (A Whole New World), più una candidatura come miglior montaggio sonoro, miglior sonoro e anche un altro come miglior canzone per Friend Like Me. Un successo su larga scala per la Walt Disney Pictures, che in quel periodo aveva declinato tantissime storie nate come letterarie in cartoni animati, da La Bella e La Bestia a Il Gobbo di Notre Dame, fino a Hercules, Mulan, Tarzan e La Sirenetta: un periodo florido, che non poteva non essere replicato ora al cinema, con tutti i limiti del caso.

Il femminismo che stravolge la legge

Non esiste persona che non conosca la storia di Aladdin, che si tratti del Classico Disney del 1992 o che si tratti della favola raccontata ne Le mille e una notte: un giovane straccione viene ingaggiato dal temibile gran visir del Sultano per infilarsi in una mistica caverna delle meraviglie per recuperare una lampada a olio. Al suo interno è nascosto un Genio, vero obiettivo del gran visir Jafar, che però nel suo tentativo di prevalere su Aladdin viene derubato dell’oggetto desiderato e spogliato del suo piano malefico originario: il potere dei tre desideri, quindi, resta nelle mani del giovane ladruncolo di strada, pronto a far esaudire tutti i suoi voleri, pur mantenendo lo spirito gioviale e naif che lo ha contraddistinto nella sua giovanissima vita.

Il live-action di Guy Ritchie ripercorre in maniera fedele le vicende raccontate nel Classico Disney del 1992, risultando quindi un film che sfrutta la tecnica della copia carbone applicando appena qualche modifica qui e lì, proprio come era già accaduto con La Bella e La Bestia di due anni fa: la vicenda subisce dei cambi soltanto nella scrittura di alcuni personaggi, là dove Jasmine è chiaramente figlia del nostro tempo e da principessa sì spavalda ma comunque da salvare e da salvaguardare, ambisce a diventare sultano del regno di Agrabah, così da prendere le redini della sua città nelle veci dell’anziano padre. Un occhio chiaramente strizzato al femminismo galoppante di questo periodo, con Jasmine che ambisce a stravolgere le leggi del suo popolo per sedere a un posto che nella storia è sempre stato tramandato solo con i figli maschi, e che dimostra non solo che può permettersi di respingere tutti i suoi pretendenti – rispettando già il rifiuto della donna-oggetto che si compiva nel Classico Disney – ma che la sua forza è tale da sovvertire l’ordine naturale della burocrazia locale.

Lo Stregone e il Genio che offuscano Aladdin

Ciò detto l’altra modifica che Guy Ritchie compie, che però va più identificata come una lacuna in quella che è una sceneggiatura che riesce a rispettare quanto richiesto dall’opera del 1992, risiede nel personaggio di Jafar: lo scetticismo iniziale su Marwan Kenzari è stato sommariamente confermato durante l’intera visione, che ci ha consegnato un gran visir sicuramente ostile nei confronti del Sultano, ma troppo edulcorato nei suoi piani e nelle sue missioni. Il contesto nel quale si cala è sì quello di voler diventare a tutti i costi Sultano, riscattando il suo passato da verosimilmente uomo povero e quasi al pari di Aladdin, ma allo stesso tempo è costretto a passare da zero a cento in un attimo, come se nel finale del film ci fosse stata la necessità di velocizzare il tutto e rendere i tre desideri di Jafar rapidi e indolore: lo stesso terzo desiderio, che è quello carico di maggior pathos e che rappresenta anche la risoluzione del conflitto tra bene e male, andando a creare la suspense che il Classico raffigurava con delle clessidre, viene totalmente annullato, ancora una volta edulcorando la resa e rendendo il live-action di Guy Ritchie un prodotto molto più orientato verso i bambini che a un pubblico più maturo. La stessa censura della legge del taglione che a inizio film un mercante vuole adottare su Jasmine è un altro esempio.

Chiudendo la nostra analisi sui personaggi che rappresentano le fondamenta di Aladdin, soffermandoci poco sul personaggio di Aladdin, che porta a casa una interpretazione onesta, sufficientemente valida e che pur non consegnandolo alla storia dimostra che molto probabilmente Mena Massoud era tagliato per vestire i panni di un giovane furbo ma naif, arriviamo a Will Smith. Il Genio è il chiaro e scontato mattatore dell’intera pellicola, il maestro della festa, il re del palcoscenico e l’attrazione principale: dalla sua comparsa fino alla fine del film non potrete fare a meno di essere accompagnati da un sorriso inebetito – positivamente – sul volto, osservando tutti i suoi movimenti, la sua mimica facciale, le sue battute, la sua capacità attoriale. Will Smith è tornato a essere lo splendido interprete che ha messo a soqquadro Bel Air negli anni ’90, si è spogliato di quelle vicende cucitegli addosso da Gabriele Muccino e da David Ayer ed è tornato a essere un caratterista unico. E con lui, il Genio diventa un personaggio meraviglioso, sia nelle fasi recitate che in quelle cantate: la sua versione di Prince Alì vi entrerà nel cuore forse anche più di quella originale. Per questo Guy Ritchie ha preferito tenerlo a schermo il più possibile, farlo diventare non solo una spalla di Aladdin, ma proprio una prolunga a tutti gli effetti, ritmando la linea comica a suo piacere: lodevole, inoltre, anche l’aver finalmente sdoganato il tanto chiacchierato ruolo del mercante del Classico, che altri non è che il Genio tanti anni dopo, ora tornato a raccontarci la storia della lampada.

Muscoloso, meraviglioso, vale per tre

Ovviamente Aladdin non è solo un insieme dei suoi personaggi, perché la regia di Guy Ritchie è precisa, ordinata, composta: nelle scene iniziali si lascia trasportare forse eccessivamente da un montaggio a velocità innaturale, per meglio supportare le azioni concitate nelle strade di Agrabah, ma per il resto offre allo spettatore uno spettacolo pirotecnico che si esalta soprattutto nella sfilata di arrivo di Alì Ababwa al castello e che ci incanta nella discesa nella Caverna delle Meraviglie. Con grande perizia e minuzia, le ambientazioni del Classico vengono qui riproposte saggiamente, aggiungendo anche più dettagli al palazzo, grazie a delle scelte dalla vena molto stealth, e agli interni del sultanato di Agrabah, con una forte flessione verso il musical. Quello che però stupisce è il non aver visto tanta azione quanta ce ne saremmo aspettati da un regista come Guy Ritchie: subito dopo le fughe nei vicoli della città per un tozzo di pane, il tutto perde mordente e diventa una vicenda ragionata più sulle parole che sulla spada, nonostante momenti del genere fossero ben presenti nel Classico del 1992.

Lavoro lodevole anche nell’arrangiamento della colonna sonora, gestita da Alan Menken, che con l’originale aveva vinto un Oscar: ci sono solo due nuove tracce, una delle quali abbastanza evitabile, mentre tutte le altre sono adeguatamente riconfermate. Si aprirà ovviamente la solita polemica sui testi leggermente modificati di tutte le canzoni ben note nel nostro immaginario, ma c’è da dire che nella versione originale, stando a quanto distribuito da Disney con le clip ufficiali, i testi non sono cambiati, il che fa intendere che le necessità in italiano erano espressamente figlie del sync e del labiale, non di vezzi artistici ai quali difficilmente potremmo trovare delle spiegazioni. L’interpretazione di Will Smith per Prince Alì è già stata apprezzata, ma il Genio riesce ad avere la meglio sul resto dei comprimari anche quando gli tocca presentarsi nella Caverna, e forse l’unica grande mancanza che c’è da sottolineare alla colonna sonora è la cancellazione totale della reprise di Prince Alì cantata da Jafar nel momento della vittoria nel duello con Aladdin: un vero peccato, ma inevitabilmente da ricollegare alla necessità di edulcorare il personaggio del gran visir.

Aladdin è un live-action gestito in maniera ordinata e composta, senza alcun vezzo artistico da parte di un regista che avrebbe potuto sorprenderci in qualche modo: la difficoltà, però, di portare a schermo la magia figlia di uno dei Classici più riusciti del panorama produttivo Disney c’era e l’essere riuscito a riproporre su schermo quella meravigliosa creatura blu che è il Genio, senza rovinarne la memoria, e a ridare a Will Smith l’estro di un tempo è sicuramente un aspetto di grande merito. La pellicola non annoia in nessun momento, stona in alcuni frangenti, ma senza ferire eccessivamente lo spettatore più maturo: ai più piccoli riuscirà a donare una magia unica, anche grazie a tutti gli effetti speciali proposti, da Iago, Abu al Tappeto. Aladdin resta una favola unica, dal sapore di rivendicazione, di straccioni che diventano principi e di diamanti allo stato grezzo che riescono a risplendere come il miglior gioiello di sempre. Con o senza la magia.