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ARF Festival di Roma 2019: intervista a Mauro Uzzeo

In occasione dell'edizione 2019 dell'ARF Festival di Roma, abbiamo avuto l'occasione di incontrare lo sceneggiatore, regista e co-fondatore di ARF, Mauro Uzzeo. 2 ore di chiacchiere alla scoperta di vecchi e nuovi progetti.

In occasione dell’edizione 2019 dell’ARF Festival di Roma, abbiamo avuto l’occasione di incontrare lo sceneggiatore, regista e co-fondatore di ARF, Mauro Uzzeo. Nato come una piccola realtà romana nel 2015, ARF Festival ha conquistato negli anni una grande visibilità, e soprattutto tanta notorietà, grazie alla scelta dei suoi fondatori (Uzzeo, Gud, Paolo Campana, S3keno Piccoli e Fabrizio Verrocchi) di creare un evento che fosse squisitamente concentrato sul fumetto, fatto da fumettisti, ma con l’intenzione di essere alla portata di tutti, anche di chi, i fumetti, proprio non li mastica.

Caratterizzato da un portfolio di artisti presenti in fiera francamente pazzesco, e con alle spalle alcune mostri su artisti del calibro di Milo Manara, ARF 2019 si è prospettato, da subito, come “bigger and better”, grazie alla partecipazione di quasi 90 artisti, e con una serie di mostre di assoluto spessore. A Mauro, che gentilmente si è concesso per 2 ore buone ai nostri microfoni, abbiamo quindi chiesto delle ambizioni di ARF, della proposta di quest’anno, ma anche alcune curiosità sui suoi progetti personali tra cui l’attesissimo “Il Confine”, per Sergio Bonelli Editore, e la lavorazione dell’ambiziosa serie a cartoni animati dedicata alle avventure di Dragonero.

Allora, Mauro, partiamo proprio dall’ARF 2019: l’edizione 2018 è stata, di per sé, ricca di novità, quest’anno come avete lavorato per un ulteriore salto di qualità?

 Stiamo continuando in questa direzione, lavorando come dei pazzi! L’ARF, quest’anno ha conquistato un padiglione in più al Macro, ed abbiamo un’offerta di contenuti mai così vasta. Considera che quest’anno di sono sette grandi mostre, tra cui una personale per Frank Quitely (che sarà ospite del festival) che ripercorre tutta la sua carriera; diciamo che se pensi ad un momento artistico di Quitely… c’è. Da X-Men, a All Star Superman, a Batman, Authority, passando per Sandman e We3! C’è poi una mostra dedicata a Giuseppe Palumbo, che firma il manifesto dell’ARF e, quindi, è il volto di questa edizione, senza contare la mostra che abbiamo dedicato a Tex Willer per i suoi 70 anni.

Giuseppe Palumbo è un grandissimo artista, ma dimmi: come siete arrivati ad optare per lui come firma del poster di quest’anno?

 Abbiamo scelto Palumbo perché l’idea di questa edizione dell’ARF (come scritto sul manifesto) è che l’ARF è “tutti i fumetti del mondo”, ovvero non vogliamo limitarci solo a quelle che sono le realtà romane (come qualcuno credeva con le nostre prime edizioni), ma che in realtà questo è un festival per ogni tipologia di fumetto, da quello underground a quello americano, passando ovviamente per le produzioni nostrane e fino al manga. A noi piacciono i fumetti, di tutti i tipi, e lavoriamo tranquillamente per chi fa i fumetti popolari in Italia, essendo noi stessi dei fan dei fumetti popolari. Il concetto che noi vogliamo passare è che all’ARF riguardi TUTTO il fumetto, il fumetto di qualità vale tutto sullo stesso livello, per cui, Palumbo, rappresenta un po’ questa potenza a 360° del fumetto.

Perché Palumbo è quello che ti fa Ramarro con un determinato stile, in alcuni casi quasi fotorealistico, molto violento come da tradizione di tutto ciò che nasceva da Frigidaire ed esplodeva tra anni ’80 e ’90; però poi fa Tosca la mosca, che è un comedy, quasi erotico, comico e divertente. Poi ti spiazza ancora, e ti fa Diabolik, che è il fumetto per eccellenza più inquadrato del mainstream italiano e magari nel mezzo pubblica per la Kodansha, in Giappone, con il suo personaggio “Cut”. Si tratta di un artista che pubblica per i centri sociali anti-fascisti, ma che poi trovi in libreria, con Mondadori, per la graphic novel su Narcos e che, con me e Giovanni Masi, firma il numero 1 de “Il Confine” come disegnatore. Quindi è un fumettista che “emana” fumetto a 360°, e quando io e i miei soci dell’arf Stefano Piccoli, Gud, Fabrizio Verrocchi e Paolo Campana, ci siamo chiesti chi potesse rappresentare il fumetto in ogni suo aspetto, l’ovvia risposta è stata quella di pensare a Giuseppe Palumbo, perchè lui “è fumetto” qualsiasi cosa fa.

Mauro Uzzeo

Ovviamente in quest’ottica di guardare al fumetto a 360° rientra anche l’apertura della nuova area manga.

 Sì, e anche quella lì era una delle esigenze. I manga ci sono stati dalla prima edizione dell’ARF, c’erano gli stand che vendevano i manga e l’abbiamo sottolineato anche in molti panel che abbiamo fatto, però, pure lì, siccome ancora non venivano case editrici come Panini, o magari Star Comics, sembrava che noi snobbassimo i manga. Abbiamo quindi deciso di sottolineare il nostro amore per il manga con una mostra: “30 anni di manga in Italia”. Vogliamo fare un punto su quanto il manga è cresciuto e si è evoluto in Italia e quanto negli ultimi 30 anni sia stato fondamentale per il fumetto italiano.

Che cosa c’è in questa mostra?

 È un excursus storico, molto analitico, curato da Susanna Scrivo per noi, e che analizza tutto quello che c’è stato in Italia, riguardo al manga, dalle origini a oggi. Abbiamo quindi invitato le case editrici che pubblicano manga in Italia a fare quadrato, coinvolgendole ad ARF per dimostrare che qui l’amore per il fumetto non ha confini, che poi è un po’ quello che amerei fare anche per i fumetti di supereroi.

Sempre parlando di mostre, quest’anno ne avete dedicata una anche al grandissimo Attilio Micheluzzi. Sempre perché vi piace fare le cose “in piccolo”.

 Sì, abbiamo scelto Micheluzzi perché, come sai, ogni anno noi facciamo una mostra su un mostro sacro del fumetto ed abbiamo scelto Micheluzzi perché ci andava di ribadire un concetto. Si pensa a Micheluzzi quasi con austera grandiosità, forse in correlazione al suo nome rispetto al premio del Napoli Comicon (il “Premio Micheluzzi” ndr), ma la verità è che Attilio era una persona semplice, schietta e molto divertente. Era uno che faceva parlare i personaggi in campo con il lettore, e che raccontava storie di guasconi. Non era solo l’aristocratico della vecchia napoletanità. Per noi, conoscere la sua famiglia, ci ha portato a sottolineare ancora di più questo aspetto, proprio per tutti gli aneddoti su Attilio ed il suo carattere gioviale e, per ceti versi “pop”. Per fare un esempio, era un maestro nell’uso dell’onomatopea; lui faceva queste onomatopee giganti che, veramente, tanto che alcune potrebbero travalicare il fumetto e restituire quel sapore vintage-pop dei quadri di Lichtenstein, e tu ti dici: “ma perché l’ingrandimento di questa non è nei salotti buoni?”

Mauro Uzzeo

A proposito di “pop”, lo scorso anno per a mostra di Manara, vi siete divertiti anche a giocare con gli spazi, organizzando una mostra che non solo organizzava in modo eccellente gli spazi, ma in cui avete anche previsto alcune installazioni a tema, come poltrone ottenute da jean e simili. Cosa dobbiamo aspettarci quest’anno?

 Quest’anno abbiamo decisamente fatto di più, e come per Manara, abbiamo dedicato molti sforzi per la mostra di Tex che, come saprete, sarà al Macro di Roma per due mesi. Parliamo di una mostra zeppa di materiali dove, oltre ad esserci le tavole più famose, c’è in realtà un racconto di come è evoluta anche l’Italia in questi 70 anni di storia. Penso, ad esempio, alle pagine dei quotidiani che mettevano Tex al bando, reo di essere considerato un fumetto inadatto ai bambini, o anche gadget non accreditati, merchandising non ufficiali. Nella mostra, curata da Sergio Bonelli Editore e Gianni Bono, si trova davvero di tutto: giocattoli, gadget con scritto “Tex” ma che non c’entravano niente con la serie Bonelli, ed anche qualche attività interattiva. Per dire, c’è un gioco a schermo in cui tu puoi inserire i tuoi dati, la tua data di nascita, e vedere che Tex c’era in edicola in quel momento. Perché Tex già c’era quando eri piccolo. In più c’è un megapannello che racconta i numeri di Tex, con delle statistiche davvero intriganti come, ad esempio, “le volte che Tex ha sparato: 1.600.000”, oppure, che ne so, “Volte che Tex è stato ferito ad una spalla: 3”.

E come avete fatto a ricavare questi numeri?

 Li ha rimediati Gianni Bono che ha curato la mostra di Tex. Ha fatto un lavoro enorme ed è andato a ricavarsi tutta una serie di statistiche davvero intriganti! Un’altra cosa carina  l’installazione di un corner fotografico in cui è possibile impostare uno scambio di battute tra chi si fa la foto e Tex, ricevendo poi il risultato via mail. Insomma, è una mostra molto ricca da questo punto di vista.

In sostanza stiamo parlando dell’edizione di ARF più ricca di sempre?

 Decisamente sì. Abbiamo altre mostre, come la “Corpi pericolosi”, che è quella organizzata dall’area “Self” (quella dedicata alle pubblicazioni indipendenti ndr), ed è una bipersonale di Tommy Gun Moretti e Gloria Pizzilli. Abbiamo una mostra dedicata a Vinci Cardona e Kalina Muhova e, dulcis in fundo, una mostra dedicata a Juanjo Guarnido, autore di Blacksad. Inaugarata proprio alla presenza dell’autore, insomma, è una cosa abbastanza grande. E ancora Lectio Magistrali, una sala talk ricchissima di incontri. Parliamo di circa 87 artisti sul palco per questa edizione, con temi che affrontano ogni aspetto del fumetto, tenendo presente anche alcuni temi caldi come quello del Salone del Libro di Torino. Tant’è che abbiamo un panel, ad esempio, in cui abbiamo voluto creare un’occasione di confronto per capire, al netto degli eventi, più o meno mediatici, se esiste un modo coeso per fare antagonismo e  per fare fronte comune nonostante le diversità. Per farlo abbiamo coinvolto Zerocalcare, La Murgia, Massimiliano Clemente di Tunuè Daniele Fabbri e Adriano Ercolani.

Ma, secondo te, oggi ci sono troppi fumetti?

 Credo che la direzione sia quella della coda lunga. Cioè, mentre prima c’erano dieci fumetti che vendevano un milione di copie, io credo che oggi si vendano sempre un milione di fumetti, solo che se ne vendono di tipologie diverse. Il mercato si è spezzato e moltiplicato.

Oggi, il consumatore più attento, e quindi arriviamo quasi ad “fumetti su misura”, che devono adattarsi in qualche modo alla richiesta del pubblico. Penso quindi che si debba cercare di mediare nel modo giusto, e un esempio è proprio la serie a cui sto lavorando per Bonelli, “Il Confine”. In questo caso, già dalla prima riga della nostra proposta alla casa editrice, la serie nasce con alcuni riferimenti pop che siamo desiderosi di inseguire. Il mio sogno con Il Confine è di fare una roba che sia raffinata ed alta nei contenuti, ma che sia anche di estrema leggibilità e accessibilità. La strada de Il Confine è quella di una storia dove noi puntiamo tantissimo all’ingaggio del lettore. La mia ispirazione credo possa rivedersi in Twin Peaks, ovvero un qualcosa che è partito come un fenomeno di costume mondiale, partendo da una premessa molto leggibile: “chi ha ucciso Laura Palmer?”. Un qualcosa che avrebbe attirato anche chi, visto lo stile di Lynch, forse non avrebbe visto le stagioni successive perché era diventato troppo “alto”, e che invece per il suo aggancio così “pop” ha finito per essere visto da tutti. Penso non sia un caso che, ancora oggi, uno degli allegati in edicola più venduti in Italia sia stato il diario di Laura Palmer allegato a TV Sorrisi e Canzoni.

Tornando proprio a “Il Confine”. A che punto siete?

 Allora, ti dico, in termini di lavorazione noi stiamo lavorando sulla chiusura del numero 8, di disegno, mentre, di sceneggiatura stiamo intorno al 16. Quindi stiamo lavorando alacremente. Quello che al momento possiamo dire è che uscito il portfolio che ha dei nomi eccezionali dentro, perché oltre ai classici “bonelliani”: Ambrosini, Carnevale (che già lavora per la Bonelli), Lorenzo Ceccotti, lo stesso Palumbo ma anche Shintaro Kago, Tanino Liberatore e Zezelj. Posso dirti che si tratterà di un progetto bellissimo e che contraddirà tutti quelli che credevano che i nomi coinvolti si sarebbero limitati ad una illustrazione per il portfolio!

Mauro Uzzeo

Bonelli si è aperta da tempo a diverse tipologie di pubblico, spesso con progetti molto al di la di quelli che erano i suoi canoni. Una cosa come Il Confine, però, è ancora oltre e soprattutto, secondo me, si presta in modo postumo, ovviamente, a tantissime critiche e tantissimi giudizi, che possono essere dati sia da quella che è un poco l’aspettativa dei fan, sia quella che è l’aspettativa degli addetti ai lavori. Quindi mi verrebbe da chiedere: perché correre un rischio simile? 

 Credo che lo si faccia per una sola motivazione, che è sia molto brutta che molto bella allo stesso tempo: oggi un fumetto che esce non assicura più 300.000 copie rivendute per il numero 1, anzi, vengono prodotti fumetti ottimi, come Mister No Revolution, o anche Mercurio Loi e le vendite, pur buone, non sono assolutamente all’altezza di quelle che erano le vendite di dieci anni fa. Nel momento in cui tu non hai più la possibilità di andare sul sicuro e quindi di fare un prodotto mainstream che possa piacere ad un target 0 – 100, che prende tutta Italia, Nord e Sud, allora la soluzione – per me – è solo la sperimentazione. Oggi se sai che di quei numeri ne fai un decimo, e allora puoi permetterti di prendere le nicchie. Di dire: “okay! Noi una volta vendevamo 100, oggi vendiamo 20. Però, vendendo 20, possiamo fare una roba molto più particolareggiata”. Cioè, quando capisci che, anche se è un’esagerazione, che non fai più “Rai1” ma sei “Netflix”, allora puoi fare la proposta alla Netflix.

Sempre parlando di progetti su cui sei notoriamente al lavoro: come procede il cartone animato di Dragonero?

 Bene! Abbiamo presentato un promo, che è un promo tecnico, ma in realtà lo abbiamo camuffato da trailer, perché spesso si fa così nella CGI. Nella CGI c’è una lunga componente di setup e di test per capire se i modelli funzionano, se si muovono in modo adeguato, e soprattutto se possono fare tutto quello che prevede la sceneggiatura. Quindi si fa una fase di testing in cui tu li devi provare. Allora, se li devi provare e li devi animare per provarli, perché non animarli direttamente in un contesto, che poi possa essere visionabile dalla gente, per creare già hype? Quindi abbiamo strutturato un promo, che abbiamo, fin’ora, fatto vedere solo al Cartoons on the Bay ed al Comicon di Napoli, e che faremo rivedere all’ARF!

Per altro stiamo parlando di un Dragonero “linea young”, per così dire.

 No! Questo è un cambiamento! Era nato così, ma poi la Sergio Bonelli Editore, di concerto con Luca Enoch e Stefano Vietti, e insieme al regista Enrico Paolantonio, hanno deciso di dargli qualche anno in più, ambientando la serie animata circa due anni dopo la linea young. Hanno alzato un pochino il target e in quel momento siamo entrati in scena io, Giovanni Masi, Federico Rossi Edrighi, Luca Genovese, Lino Grandi, Corrado Virgili e Angelo Caramanica.

Comunque non parliamo del Dragonero da edicola, dunque.

 Esatto, diciamo che se volessimo stilare una ipotetica timeline di tutto Dragonero personalmente la metterei così: la serie a fumetti originale è il presente, “Senz’anima” era invece Ian attorno ai 20/ 25 anni, quando era un mercenario. Il cartone di Dragonero si pone subito più avanti la serie adventure a fumetti, e quindi, se lì i personaggi hanno più o meno 10 o 11 anni, direi che con la serie animata siamo attorno ai 13 o 14 anni.

Mauro Uzzeo

Ma secondo te, perché Dragonero si presta così bene a queste diverse interazioni? Nel senso: il Dragonero originale funziona benissimo, la linea young funziona molto bene, come cartone animato non avendo ancora visto niente, se non il promo di Cartoons on the Bay offscreen, credo che si presti veramente benissimo; ma qual è il segreto di Dragonero? Perché Dragonero funziona? 

 Io credo che sia un mix di tre motivi: il primo è dato dall’abilità di Vietti e Enoch (i creatori della serie ndr), non solo bravissimi, ma anche capaci di creare una grande community attorno ai loro personaggi. Per altro mi fa piacere dire che il loro coinvolgimento è molto forte per la serie animata, ed abbiamo discusso con loro tutti i passaggi di trama.

Il secondo motivo è certamente da ricercarsi nella natura fantasy dell’opera, che è sempre una bella attrattiva per il pubblico, specie quando ben scritta. La terza, direi, che è colpa di Netflix.

In che senso?

 Oggi c’è una cosa che solo fino a quindici anni anni fa sarebbe stata impensabile, che è questa del “binge watching” che ha generato una forte orizzontalità delle trame. Questa cosa vuol dire che non esistono più gli episodi autoconclusivi, ed anzi il pubblico si è appassionato ad una struttura soap-operistica della narrativa, per cui vuole ritrovare gli stessi personaggi, vuole le evoluzioni narrative, le evoluzioni amorose, le evoluzioni della storia, insomma, con una loro crescita.

Quindi, oggi, il singolo episodio non è altro che un segmento che sussiste tra l’episodio precedente e quello successivo. Questa dinamica sta premiando, anche sul piano fumettistico, le serie più forti sul piano della narrazione orizzontale, che su quella verticale. Per fartela banale: mentre la struttura a episodi totalmente autoconclusivi continua a perdere lettori, Dragonero li conquista. Perché c’è un cambiamento generazionale. Oggi chi entra a bordo di Dragonero, capendo che è una saga con una continuity fortissima, compra il numero in edicola e recupera i settanta arretrati. Quindi, è come se ogni nuovo lettore cominciasse, nel potenziale, a leggere tutta la serie, tant’è che Dragonero è l’unico personaggio della Bonelli ad essere stabile. È quello che ha meno erosione di tutti quanti, compreso Tex. In Dragonero non c’è una costante erosione, ma una costante crescita.