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Army of the Dead, recensione: Zack Snyder torna alle origini

Zack Snyder (Zack Snyder’s Justice League) dopo la discussa parentesi nell’universo cinematografico DC torna al genere che lo aveva lanciato, quello zombie, con Army of the Dead. Il film, che sarà disponibile a partire dal 21 maggio su Netflix (recuperate le nostre anticipazioni dalla presentazione), segna infatti il ritorno del regista al genere dopo il fortunato remake del 2004 de L’alba dei Morti Viventi (disponibile su Amazon in blu-ray) ovvero la pellicola cult del 1978 diretta dal maestro indiscusso dell’horror George A. Romero. Sarà riuscito Zack Snyder a bissare il successo di quella pellicola con questa apparentemente rivisitazione tutta azione del genere e ad allontanare gli spettri delle polemiche con Warner Bros.?

Army of the dead

Army of the Dead: “quello che succede a Las Vegas…”

In 96 ore Las Vegas verrà atomizzata. La decisione è stata presa dopo che una pandemia zombie si è velocemente diffusa in città rendendo dapprima necessaria una evacuazione (nota come Guerre Zombie) per poi circoscrivere un perimetro necessario ad arginare eventuali fughe di non-morti assetati di sangue nel resto del paese e con loro anche il letale e contagiosissimo virus.

Scott Ward (Dave Bautista) è un veterano delle Guerre Zombie che si ritrova a fare il cuoco in un diner nella periferia della città. Viene quindi avvicinato dall’uomo d’affari Bly Tanaka (Hiroyuki Sanada) che gli propone una “missione impossibile”: penetrare in città e recuperare da un caveau sotterraneo ben 200 milioni di dollari rimasti di fatto incustoditi sin dall’evacuazione della città avvenuta in fretta e furia.

Scott è riluttante ma il denaro potrebbe essergli utile per riallacciare i rapporti con la figlia Kate (Ella Purnell) che lavora in uno dei campi profughi a ridosso del perimetro. La missione è davvero complicata e rischiosa, per questo motivo Scott chiede l’aiuto ai suoi ex-commilitoni Maria Cruz (Ana de la Reguera) e Vanderohe (Omari Hardwick). Ma la squadra è tutt’altro che completa: serve un pilota per l’elicottero con cui la squadra, insieme la denaro, fuggirà. Per questo viene reclutata la cinica Marianne Peters (Tig Notaro) mentre per aprire il caveau viene reclutato il brillante ma strambo Dieter (Matthias Schweighöfer). A completare la squadra poi ci sono Mikey Guzman (Raúl Castillo) e Chambers (Samantha Win) oltre a Martin (Garret Dillahunt), uomo di fiducia di Tanaka.

ARMY OF THE DEAD - (L-R) NORA ARNEZEDER as LILLY, SAMANTHA WIN as CHAMBERS, ANA DE LA REGUERA as CRUZ, DAVE BAUTISTA as SCOTT WARD and OMARI HARDWICK as VANDEROHE. Cr: NETFLIX © 2021
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Sarà proprio Kate a fornire a Scott e alla sua squadra una via d’accesso alla città in cambio dell’ingresso nella squadra. A guidare l’eterogeneo gruppo oltre il muro ci sarà la misteriosa Coyote (Nora Arnezeder) e la guardia Burt Cummings (Theo Rossi).

Lo spettacolo che la squadra si trova ad affrontare però è ben diverso da quello che avevano immaginato. Un nutrito gruppo di zombie sembra infatti aver sviluppato una certa intelligenza arrivando addirittura a organizzarsi in quella che ha tutta l’aria di essere una vera e propria società alla cui testa ci sono un re e una regina. Coyote chiama questi zombie Alpha e spiega alla squadra che la cosa fondamentale, per portare a termine la missione, è distrarli e non invadere il loro territorio.

ARMY OF THE DEAD - Cr: Clay Enos / Netflix © 2021
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Ma non tutti i membri della squadra sembrano essere sulla stessa lunghezza d’onda. Una mossa avventata infatti scatena la furia degli Alpha costringendo Scott e i suoi a velocizzare le operazioni per aprire il caveau e darsi il più velocemente possibile alla fuga.

Fra action e heist movie: l’alba di un nuovo franchise

Negli ultimi anni siamo stati testimoni di alcune delle più bizzarre rivisitazioni del genere zombie: dalla commedia, allo slice of life fino al drama in cui i non-morti diventavano un semplice orpello che faceva da sfondo alle vicende dei personaggi (recuperate il nostro articolo con le migliori serie TV zombie). Resistendo utopicamente a questi rimaneggiamenti, Zack Snyder scava a fondo nel genere e nei suoi stilemi confezionando, con Army of the Dead, non il film definitivo del genere ma senza ombra di dubbio un interessante “ibrido” e soprattutto uno dei suoi film migliori di sempre.

Army of the Dead infatti unisce tutta la tensione delle pellicole classiche del genere con una brutalità e una massiccia dose di azione in cui si rintraccia non solo l’influenza del cinema action più classico e audace ma anche quella di videogiochi e giochi da tavolo oltre ad alcune interazioni televisive e fumettistiche più recenti. Pur corrispondendo al più tradizionale dei canovacci, la sceneggiatura, semplice e diretta, viene movimentata da un lato dalla componente da heist movie e dall’altra da alcune azzeccate scelte in termini di personaggi e soprattutto di antagonisti riletti in una chiave non propriamente inedita ma efficace.

ARMY OF THE DEAD (Pictured) DAVE BAUTISTA as SCOTT WARD in ARMY OF THE DEAD. Cr. CLAY ENOS/NETFLIX © 2021
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La componente da heist movie infatti aggiunge una certa urgenza alla naturale tensione del film, e permette idealmente di mescolare i ruoli e le caratterizzazioni dei protagonisti. Fra questi spicca un Dave Bautista (Scott Ward) sempre erculeo e la cui interpretazione è più vicina a quella del war hero che dell’action hero di matrice ottantiana. Attorno a lui poi si costruisce una squadra di coprotagonisti che riesce a guadagnarsi non solo il giusto spazio, ma è anche funzionale allo sviluppo del plot soprattutto nel secondo atto del film.

Da Ella Purnell (Kate, la figlia di Scott Ward), che diventa improvvisamente vero motore degli avvenimenti, passando per la misteriosa Lily/The Coyote, interpretata da un’algida Nora Arnezeder, fino alla caustica ironia di Tig Notaro (il pilota Marianne Peters) il cui personaggio assolve molto bene al compito di comic relief in alcuni frangenti. Dal punto di vista dell’azione invece è Samantha Win (Chambers) a rendersi protagonista della sequenza migliore (nello specifico si tratta della sequenza di ingresso al casinò dove è eccellente sia il lavoro in fase di coreografia che di movimento di camera) mentre la strana coppia formata dal guerriero-filosofo Vanderohe, interpretato da Omari Hardwick, e dal nevrotico scassinatore Dieter (Matthias Schweighöfer) getta, quasi alla metà esatta del film, più di un dubbio sulla reale natura degli avvenimenti.

ARMY OF THE DEAD (L to R) OMARI HARDWICK as VANDEROHE in ARMY OF THE DEAD. Cr. CLAY ENOS/NETFLIX © 2021
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Il twist che riguarda infatti il reale obbiettivo della spedizione all’interno di Las Vegas, la riflessione di Vanderohe nel caveau (improvvisa e fulminante, tanto da insospettire anche lo spettatore più distratto) e la sorpresa dello stesso Scott Ward dopo aver abbattuto qualche zombie che non è quello che sembra (aguzzate la vista nella scena della fuga dal summenzionato caveau) mostrano la volontà di costruire un film in definitiva meno scontato delle premesse iniziali.

Pur ritornando su binari più tradizionali nel terzo e ultimo atto, con tanto di cliffhanger e apertura per un eventuale sequel, la sensazione è quella aver voluto realizzare tanto un film fruibile a sé (e decisamente appagante) quanto aver gettato le basi per un universo narrativo (già in piena espansione con una serie anime e un prequel in lavorazione) organico, stimolante ma meno artefatto di quelli a cui Hollywood ci ha abituato negli ultimi anni.

The New Age of Zombie

Perno di questa riflessione è senz’altro la rilettura, in senso evolutivo, degli zombie. Zack Snyder conosce bene il genere e non può non pagare dazio alla sue radici iconografiche e concettuali del genere. Non manca la componente gore in tutta la sua truculenta (e ovviamente adrenalinica) spettacolarità, mentre il centro commerciale di romeriana memoria, microcosmo che fungeva da critica alla società del consumo, si espande a dismisura fagocitando Las Vegas, la Città del Peccato, che diviene città-fortezza.

Ancora una volta è il secondo atto del film a fornirci gli spunti di riflessione migliori. Non si tratta infatti di zombie semplicemente più veloci, di cacciatori migliori, ma di zombie davvero più evoluti non tanto nella forma, rimasta sempre putrescente (tanto da coinvolgere con un piccolo colpo di genio anche gli animali, vedasi la tigre già mostrata nel trailer), quanto nella sostanza: gli zombie si fanno società.

Inserendosi nella solco della tradizione di George A. Romero, Snyder ne capovolge le implicazioni e gli esiti. L’evoluzione sarà evidentemente biologica ma soprattutto socio-comportamentale: il regista sembra voler così contrapporre un mondo perfettamente equilibrato, seppur costituito da leggi primordiali, a uno caotico, privo di una bussola morale e dedito alla spettacolarizzazione. Gli zombie da un lato, il mondo esterno e “sano” dall’altro. L’infezione contenuta a fatica, in cui la retorica della quarantena e del contagio risultano sinistramente familiari, e la nuclearizzazione come deterrente definitivo che diventa però spettacolo per una massa informe ed impersonale di telespettatori.

Gli zombie e la “rinascita” di Zack Snyder

Quello che traspare da Army of the Dead è come Zack Snyder abbia ritrovato la passione per il filmaking. Si parte dal montaggio, da sempre pecca del regista, qui mai come in altre pellicole estremamente efficace e puntuale, tanto è vero che i 150 minuti del film scorrono molto veloci e senza particolari cali d’attenzione. In questo film Snyder è anche direttore della fotografia (per la prima volta nella sua carriera) aspetto che gli permette di concentrarsi più che sui movimenti di camera, da sempre uno dei suoi punti di forza, e sulla portata delle inquadrature, sulla luce e sulla macchina da presa come mezzo e non solo come strumento.

In questo senso la fotografia si fa calda, assecondando l’arida ambientazione desertica di Las Vegas. I colori naturali amplificati dall’ampio utilizzo di luce naturale offrono un contrasto immediato con i neon e gli interni degli ambienti, ora sgargianti ora più decadenti causa abbandono, e dove le esplosioni e i colpi di armi da fuoco riprendono il calore degli esterni contrapponendosi ai corpi innaturalmente pallidi dei morti viventi.

Foto generiche

È però nella messa a fuoco che Snyder trova, stilisticamente parlando, una nuova valvola di sfogo. I flare e le inquadrature sfocate e mosse diventano quindi la vera cifra registica del film. Nelle sequenze più concitate questo conferisce quasi un taglio da docufilm mentre non sono più l’oscurità e il buio, tipico “rifugio” dei filmakers horror, ma la luce accecante, che rende i contorni indecifrabili e grotteschi,  a fare da “filtro” per figure che si confondono fra umane e subumane.

Menzione d’onore anche per gli effetti speciali. Non tanto per la discreta VFX quanto per l’utilizzo abbondante di effetti pratici e prostetici che donano al film quel tocco “artigianale” che le grandi produzioni hollywoodiane sembrano aver perso.

Army of the Dead, a dispetto delle premesse iniziali, non è l’ennesima pellicola che rivisita sterilmente gli stilemi del genere. Piuttosto preferisce unirli alla componente action e survival e  innestarli su sceneggiatura che strizza l’occhio all’heist movie. Il cast offre una prova più che convincente con un Dave Bautista a dettare il ritmo accompagnato dalle interpretazioni dei colleghi solide e a tratti brillanti. Ma il film segna anche il ritorno di Zack Snyder come regista vero e vitale, un visionario capace di creare mondi e voglioso di tornare a sperimentare tanto esteticamente, quanto narrativamente.