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Berserk è stato uno shock culturale ed avrei voluto leggerne il finale

Ci sono delle opere che hanno un prima e un dopo. Non che sia un “prima” e “dopo” relativo allo sviluppo dell’opera in sé, quanto invece legato a quello che è il mondo che sta attorno a quell’opera. Ne parlavo proprio ieri sui miei social in concomitanza dell’anniversario di The Witcher 3 che, proprio il 19 maggio di 6 anni fa, è arrivato sul mercato riscrivendo le regole dei videogame narrativi a mondo aperto. Un’opera seminale, una vera e propria “pietra miliare”, nella misura in cui non solo ha calamitato su di sé un’attenzione pressoché omogenea da parte di tutte le fasce di pubblico e critica, ma anche perché capace di settare, per l’appunto, un “prima e dopo”. 

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Berserk è, ed è stato, un capolavoro del manga capace proprio di imporsi allo stesso modo: c’è un mondo della letteratura a fumetti prima e dopo di Berserk, e questo è innegabile non solo per chi quel manga lo ha letto e amato in modo viscerale, ma anche per chi non ne ha mai sfogliato una pagina, pur immaginando che, in fondo, quest’ultima categoria conti ben pochi membri al suo interno. Il prima è un momento in cui pensi al manga come ad un companatico, a qualcosa che se c’è è un bene, ed altrimenti puoi viverne anche senza; e c’è un dopo, in cui non solo hai letto e compreso il valore delle opere nipponiche ma, anzi, attraverso esse cominci a capire di più sui fumetti in sé, tanto che ne diventi un avido lettore.

È un cammino di maturazione che modifica, però, non solo la percezione del lettore ed il suo ruolo di fruitore, ma anche e soprattutto il mondo che circonda l’opera che, innegabilmente, ne resterà prima ammaliato, poi influenzato, consacrando così quella stessa opera in qualcosa di più: un punto di riferimento, uno spartiacque. Berserk è stato così, ed anche se forse è difficile da capire per i lettori di oggi, per chi (come me) ha superato i 30, è un pensiero incontrovertibile, una verità.

Oggi il manga è esploso nella sua popolarità, anche e soprattutto per mezzo di internet e della grande affluenza di prodotti nel nostro paese che, prima grazie agli anime, e poi al lavoro di una moltitudine di editori, ha portato il manga a diventare una buona abitudine per tutti, tanto che è ormai rarissimo che qualcuno di noi non ne abbia anche solo sfogliato uno nel corso della propria vita. Negli anni ’90, tuttavia, non era così, ed anche se esisteva un florido mercato di manga, la percezione del fumetto giapponese era molto diversa e, vuoi anche per il modo in cui venivano fruiti gli anime, si distingueva i manga solo in base a due parametri di base: la derivazione (e relativa popolarità) causata da un relativo anime (pensiamo ad esempio a Saint Seiya, Ranma o Lamù), o l’interesse generato dalla presenza di contenuti sessualmente espliciti, a prescindere che si parlasse di hentai o meno.

Nerdage su Twitch

Berserk, che pure abbondava di contenuti sessuali, era però qualcosa di diverso. Era anzitutto violento come poche altre cose di quel tempo, ed era crudo nella sua rappresentazione dell’umanità e, per questo, paradossalmente realistico. Era un racconto che non si imponeva mezze misure e che, nella sua brutalità, riusciva ad analizzare (progressivamente sempre meglio) la natura umana, le sue debolezze e le sue criticità il che, per un ragazzo che fino ad allora pensava che Dragon Ball fosse la cosa più bella del mondo, capirete che fu un qualcosa di impressionante.

La prima volta che lessi Berserk avevo circa 13 anni. Lo aveva acquistato un mio cugino appassionato di grandi fumetti giapponesi e grazie al quale, per altro, potei bearmi di altre cose bellissime come Sanctuary, Crying Freeman e il quasi sconosciuto Arms. Ricordo che fu come subire un colpo fortissimo alla base della testa, un vero e proprio shock culturale, che si può vivere, probabilmente, solo quando di trovi dinanzi a qualcosa capace di creare una rottura tra quello che avevi visto prima, e quello che vedrai da quel momento in poi. Il prima e il dopo, per l’appunto.

Berserk Trilogy blu-ray

Potente e immaginifico, Berserk mi ha accompagnato per buona parte della mia crescita, influenzando non solo il mio rapporto con il manga, che fino ad allora avevo considerato (paradossalmente) come una costola degli amatissimi cartoni animati del pomeriggio (erano gli anni di Dragon Ball, del resto), ma anche e soprattutto il mio modo di concepire i fumetti, ed è forse proprio in quel momento, complici molte delle straordinarie tavole di Miura, che ho cominciato a pensare al fumetto come arte, e non solo come divertimento.

Dragon Ball, del resto, per quanto bellissimo ed affascinante, aveva in sé ben pochi spunti per un’analisi o una maturazione di qual si voglia pensiero che non fosse la mera curiosità relativa alle vicissitudini di Goku ma questi, in fin dei conti, era un eroe inoppugnabile, privo di qualsiasi mordente che non fosse la lotta. Non c’era una maturazione vera e propria in Goku (come invece ci fu per Vegeta), ed il suo essere sempre e comunque inarrestabile e “più forte”, lo rese ben presto un po’ banale, tanto che, ancora oggi, ritengo che il miglior momento di Dragon Ball sia stato quando Goku fu messo da parte a causa di una malattia cardiaca, troppo velocemente archiviata.

Anche altre opere di successo come Hokuto no Ken (giusto per citare un altro consacrato “must” fumettistico e televisivo del tempo), per quanto pregne di una certa tragicità, lasciavano comunque il tempo che trovavano, imponendo Ken come una sorta di potentissimo messia, quasi mai seriamente in difficoltà con i suoi nemici, e comunque mai davvero artefice di un mutamento psicologico o narrativo.

Re Lupo

Berserk è invece profondamente diverso, ed è la storia di come il male modifichi e pregiudichi i comportamenti umani. Non c’è un solo personaggio che si salvi in Berserk, sono tutti più o meno vittime di una qualche deformazione emotiva, sia essa figlia dell’odio, della vendetta, della violenza o del pregiudizio. Perché il male corrompe tutti, indistintamente, e forse non è un caso che alcuni dei peggiori personaggi della serie, ovvero quelli che più subiscono l’influenza del male, tanto da trasformarsi anche nei celebri “Apostoli”, siano spesso uomini di potere dalle cariche altisonanti e, almeno idealmente, incorruttibili, come imperatori, re, preti e paladini, tutti mostruosamente corrotti dalle loro brame, dalle pulsioni e dai desideri.

Con una premessa simile è ovvio che il lutto per Miura sia più importante che mai perché, credo un po’ come tutti gli altri lettori, ci si sente oggi orfani di una sorta di insegnante, più che di un “Maestro” artisticamente inteso. Come se Miura ci avesse svezzati un po’ tutti aiutandoci, con le sue tavole a dir poco maestose, a compire dei passi importanti verso una migliore comprensione del fumetto, dei suoi linguaggi e, soprattutto, delle sue potenzialità.

Una cosa affascinante è poi che Berserk, senza negare i suoi numerosi alti e bassi, si è configurato anche come una lettura che può disporre di tantissimi livelli di lettura, che spaziano da quello più basilare, dell’intrattenimento, in cui ci si vuole solo beare di una storia particolarmente violenta e ben disegnata, sino a quelli più alti, e per certi versi “aulici”, in cui ci si può spendere nella comprensione del world building e delle motivazioni dei suoi personaggi.

Certo è che glissare il tutto addossando ai suoi protagonisti una generale piattezza, significherebbe avere solo una percezione superficiale e, per certi versi, manichea dell’opera, per cui essa è divisa in uomini vs mostri, o buoni contro i cattivi, cosa che di fatto c’è, ma non è semplicemente tutto qui. Berserk, come buona parte delle opere che ha alla base gli uomini come mostri (ed è curioso che ancora una volta tocchi pensare a The Witcher), ci offre una lettura con diverse scale di grigio in cui il tema portante è “il male”, in ogni sua possibile sfaccettatura. A quel punto tocca poi indagare su come il male impatti sulla vita dei personaggi che ne vengono anche solo marginalmente sfiorati, e di quanto esso si amplifichi per dare sostanza ai desideri, i sentimenti e le pulsioni che albergano nel cuore di tutti.

E voglio dire: stiamo solo scalfendo la superficie. È per questo che ritengo Berserk tanto importante, non perché sia l’unica opera che abbia affrontato queste tematiche, né per la sua capacità (non sempre perfetta) di dare sostanza allo stra-abusato canovaccio dei canoni del “Dark Fantasy”, quanto piuttosto per essere riuscito a radicarsi, più e meglio di altre opere, nell’immaginario collettivo, creando un dibattito su personaggi, temi e sull’arte del fumetto in sé, che incede senza sosta sin dalla sua prima pubblicazione e questo, se ci pensate, è il lascito più grande di Miura, la sua impareggiabile eredità.

Ora che Kentaro Miura ci ha lasciati, tutti ci sentiamo orfani di un mondo che, al netto di molti alti e bassi, ci ha comunque stregati. La cosa più spaventosa, oltre all’ovvio dispiacere per il lutto, è sapere che quel mondo resterà per sempre sospeso, che la marcia di Gatsu verso la vendetta e – si sperava – verso una qualche forma di redenzione, non potrà mai avere fine. Certo, è possibile, e forse anche plausibile, che Miura abbia lasciato dietro di sé appunti, scritti, istruzioni che potranno essere “ereditati” dai suoi assistenti e che, in uno sforzo a metà tra celebrazione, consacrazione e lucro, l’editore Hakusensha possa decidere di mandare comunque avanti l’opera. Può darsi, ma forse sarebbe anche ingiusto farlo.

Certo, i fan, da sempre vittime di una sorta di “rabbia” verso l’autore, che sin troppo a lungo ha rallentato rispetto al completamento della sua opera, certamente potrebbero desiderare un degno finale per Berserk, ma senza Miura quanto sarebbe effettivamente “degno”? Che senso avrebbe? Forse non ne avrebbe affatto, ed anche qualora dietro la scrittura di ciò che resta di quelle avventure si imponesse il nome di uno dei massimi maestri della sceneggiatura manga, come potrebbe – ad esempio – essere quello di Burounson, da tempo amico ed anche collega di Miura su opere come La leggenda del Re Lupo e Japan, è ovvio che Berserk non sarebbe comunque lo stesso.

Avrei voluto leggere il finale di Berserk. Avrei voluto dare una degna conclusione ad un viaggio di cui ho fatto parte per tanto tempo ma, a questo punto, è forse il caso di lasciar andare Gatsu assieme a suo padre. Dovremo imparare a farci i conti, lasciando per sempre un racconto sospeso per cui, ognuno di noi, potrà immaginare il finale che più preferisce. Indubbiamente è un pensiero che fa male e che può lasciare scontenti, delusi ed arrabbiati, ma al netto di tutto dobbiamo accettarlo per quello che è, consci di aver avuto l’occasione di far parte del prima e del dopo del mondo del fumetto. Addio Maestro.

Se hai voglia di rivivere le avventure di Gatsu e compagni, allora dai un’occhiata al divertente Berserk and the Band of the Hawk, titolo di qualche anno fa uscito in esclusiva per PlayStation 4!