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Cinema e Serie TV

Carnival Row: la recensione della nuova serie di Amazon prime Video

Scopriamo Carnival Row: la nuova serie TV di Amazon Prime Video fra il Fantasy ed il gotico.

Arriva Carnival Row, una nuova serie TV di Amazon Prime Video. Non viviamo in tempi semplici. Nella società contemporanea ci piace pensare di esserci lasciati alle spalle alcune tra le più antiche barriere mentali, come quella della paura del cosiddetto diverso, convinti che ormai il razzismo e l’ignoranza siano proprio di pochi individui. i fatti, purtroppo, dimostrano il contrario. Sia nel nostro paese che all’estero (basti pensare agli U.S.A.), negli ultimi anni, hanno ottenuto enormi consensi personalità politiche rappresentative di ideali arretrati, latori di odio e intolleranza.

Il perchè questo accada sarebbe troppo lungo da spiegare e non è questa la sede adatta per farlo, ma rimane il fatto che il razzismo è ancora fin troppo vivo nella mente di molti. E’ per questo che serie come Carnival Row, prodotta da Amazon prime Video e in uscita sulla piattaforma il 30 agosto (in inglese con i sottotitoli, mentre la versione doppiata in italiano arriverà il 22 novembre), è non solo fondamentale, ma decisamente necessaria.

Il fantasy attuale

Come ha dimostrato Game of thrones, con il suo realismo crudo e senza fronzoli e la sua riflessione sulla sottile distinzione tra bene e male, il fantasy può essere veicolo di messaggi profondi, che affondano le loro radici nella vita di tutti i giorni e nella società in cui gli spettatori vivono. Gli showrunner e creatori della serie, Travis Beacham e Renè Echevarria, hanno cercato di trattare una tematica quanto mai attuale per raccontare una storia che facesse riflettere su qualcosa di più grande e per nulla fittizio. Entrambi gli sceneggiatori, che hanno creato il soggetto e scritto alcuni episodi della serie, non sono nuovi ad operazioni di questo tipo.

Travis Beacham co-scrisse la sceneggiatura del primo Pacific Rim, che conteneva una critica sociale non indifferente, rivolta soprattutto alla mancanza di collaborazione di molte potenze economiche ad un bene comune, mentre Renè Echevarria ha collaborato alla scrittura di gran parte degli episodi di Star Trek: The Next Generation Star Trek. Deep Space Nine, entrambe appartenenti ad un franchise che ha sempre cercato di parlare della società in continua evoluzione attraverso la fantascienza. Con Carnival Row l’obiettivo è quello di metter al centro della storia il problema dell’immigrazione, lasciando la parola tanto a chi la vive in prima persona, quanto a chi deve invece convivere con il fenomeno.  in linea di massima l’idea che sta alla base della serie non è niente che non si sia già visto, al punto che molti hanno ravvisato fin dal trailer potenti echi da Bright, il film con Will Smith prodotto da Netflix, e la serie Penny Dreadful, cancellata dopo la terza stagione ormai anni fa.

Carnival Row

In realtà Carnival Row è molto di più. Tanto per cominciare, è estremamente efficace l’idea di ambientare tutto in una Londra vittoriana ucronica, dai tratti in parte steampunk, in cui si sono riversati gli abitanti di Fae, un immaginario regno popolato da creature mitologiche, come fatefauni e veri e propri mostri, in fuga a causa del Patto, una sorta di accordo applicato in maniera violenta che mise fine alle ostilità con il Regno Unito, ma che in realtà si è tradotto in uno sfruttamento di quei luoghi con conseguente sterminio di chi era rimasto. Gli orrori della guerra vengono messi in scena con una crudezza estremamente realistica, così come l’odio e la diffidenza degli inglesi, che mostrano un profondo disprezzo per quelle creature pacifiche, ma considerate diverse.

Sapore gotico

Al di là del profondo impegno sociale della serie, quello che più la rende godibile è la cura con cui è stata costruita l’ambientazione: gli elementi fantasy sono molti e variegati, ma non rappresentano il fulcro di Carnival Row, costituendone però una fondamentale cornice. Il punto forte di questo straordinario prodotto è l’atmosfera gotica che ricorda, per certi versi, quella di From Hell, film di quasi vent’anni fa con protagonista un tenebroso Johnny Depp, al centro della quale vengono messi alcuni personaggi, ognuno di loro rappresentativo di una determinata classe sociale dell’epoca. Le vicende e gli usi e costumi raccontati nella serie sono parte di una ricostruzione storica accurata e arricchita da una narrazione che non perde mai il ritmo, ricca di colpi di scena e risvolti che, in generale, inculcano nello spettatore la voglia di guardare immediatamente l’episodio successivo.

Il protagonista vero e proprio, Rycroft Philostrate, detto Philo, è un ispettore della polizia dal carattere cupo e indecifrabile, interpretato in maniera convincente da un redivivo Orlando Bloom, decisamente più in forma rispetto alle sue ultime apparizioni e chiaramente determinato a dimostrare di avere ancora qualcosa da dare a livello attoriale. La scelta di permettere a Bloom di interpretare un personaggio tanto complesso, fondamentalmente buono ma con un lato oscuro che si ostina a fare capolino di tanto in tanto, è stata azzardata, ma ha ben ripagato. Bloom è riuscito a dare al suo Philo una caratterizzazione interessante, rendendolo u  personaggio maturo, riflessivo ma, soprattutto, un vero antieroe memorabile. Alcuni potrebbero trovare impropria la definizione di antieroe, in questo caso, ma la verità è che Philo non è il classico eroe che ci si potrebbe aspettare in una serie che sostanzialmente si può definire fantasy: la sua inclinazione ombrosa, unita ad alcune vicende del suo passato, lo portano ad essere un personaggio sfaccettato, che cerca in ogni modo di provare a fare la cosa giusta, nonostante non sempre ci riesca. Per farla breve: Philo è un personaggio estremamente umano, con tutte le sue contraddizioni.

Un’agghiacciante analogia

Ad affiancare Orlando Bloom troviamo una convintissima Cara Delevingne, che indubbiamente si è ritrovata tra le mani il ruolo più significativo della sua carriera cinematografica fino ad ora. Il suo personaggio, Vignette, è forse quello più affascinante dell’intera serie: una fata con un passato che la tormenta, in cui è stata costretta a fare qualcosa che non avrebbe mai voluto fare pur di sopravvivere, ricolma di rabbia e disgustata dall’odio che gli esseri umani provano nei confronti della sua gente. Disgusto ben più che giustificato nel momento in cui ci viene mostrato il destino degli abitanti di Fae scappati dalla propria terra per approdare in Inghilterra: morti in mare durante una tempesta, oppure sfruttati come manodopera a basso costo, costretti a servire nelle case dei nobili o dei più facoltosi o, nel caso più specifico delle fate, costretti alla prostituzione. Probabilmente una delle rappresentazioni più raggelanti si può ricercare nel bordello, dove vengono ammassate le fate più attraenti e obbligate a tingersi i capelli di colori sgargianti per risultare più vicine all’immaginario letterario che è sempre stato diffuso riguardo loro.

Vignette è un personaggio combattivo, una donna forte che cerca di riparare ai propri errori, riacquistando la propria umanità, sebbene non sia di fatto umana, ma è esattamente questo ciò che vuole dimostrare Carnival Row: la differenza tra gli abitanti di Fae e gli esseri umani è solo nell’aspetto. Anche loro soffrono, si ammalano, muoiono e provano gli stessi sentimenti. Un’analogia con quello che accade oggigiorno nella nostra società che fa solo rabbrividire.

Ma all’interno della serie si muovono molti altri personaggi, alcuni di rilievo, altri semplici comprimari, ciascuno con una propria storia, compreso il villain, che a poco a poco si dimostra per quello che è, avvalendosi di un espediente che ci ricorda l’atmosfera fantasy che permea lo show, ma che non è il suo unico elemento distintivo.

Equilibrio ed eleganza

Carnival Row è una serie che riesce a spiccare sopra le altre e si aggiunge alle sempre più crescenti produzioni di qualità di casa Amazon, raccontando una storia entusiasmante dove una trama principale di carattere investigativo si unisce a elementi di critica socio-politica, come nel caso di Absalom Breakspear, capo del partito politico di maggioranza interpetato da Jared Harris (protagonista, tra le altre cose, della recente serie dei record Chernobyl). A differenza di altre serie di questo tipo, però, Carnival Row è una creazione originale e ben studiata, senza aver bisogno di adattare un romanzo o un graphic novel. La fotografia giocata sui toni freddi del grigio e la regia pulita e sferzante non fanno che acuire la sensazone di degrado fisico e morale che per utta la prima stagione la fa da padrone, complice anche un ritmo narrativo equilibrato e sempre martellante, privo di cali significativi: ognuno degli otto episodi, della durata di un’ora circa, porta avanti la storia senza mai divagare, trascinando lo spettatore in un vortice di eventi sempre più sconvolgenti.

trovare difetti a questa serie è quasi difficile, ma a voler essere pignoli si sarebbe potuto spingere di meno su alcune storyline romantiche, sicuramente importanti per approfondire la psicologia di certi personaggi, anche se, in realtà, non viene fatto in maniera fastidiosa. Più che altro, anche se perfino nel raccontare legami amorosi la serie riesce a inserire momenti di forte tensione in cui esplode tutta la critica sociale di cui si è parlato sopra, capita di tanto in tanto che ci si distolga leggermente dall atrama principale per approfondire quelle questioni.

Nonostante ciò Carnival Row è senza dubbio un prodotto valido, una serie che parla al grande pubblico e lo intrattiene, ma lo costringe a pensare a question fondamentali, in maniera profonda ma allo stesso tempo rimanendo fedele alla propria natura di serie fantasy e gotica. una caratteristica che, francamente, è rara e imprescindibile.

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