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Cloverfield, tecnica esemplare per lo spettacolo del Mostro

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Cloverfield è ambientato a New York e si apre con le vicende di un gruppo di giovani amici alle prese con le normali dinamiche delle loro vite under 30: la scelta di un lavoro dall’altra parte del mondo, amicizie, amori inconfessati, gelosie e pettegolezzi.

Ben presto però questa commedia newyorchese viene brutalmente interrotta e stravolta da un evento devastante: un terribile mostro giunge dal mare e scatena la sua furia sulla città. Entra in campo l’esercito, si scatena una battaglia per le vie di Manhattan e ai civili non resta che scappare e tentare di sopravvivere.

Il film è girato interamente in steadycam e, sullo stile di The Blair Witch project, narra la sua storia sotto forma di video ritrovato tra le macerie di “quel che un tempo si chiamava Central Park”, proponendo così una prospettiva soggettiva, frenetica, compulsiva.

Si può dire che Cloverfied sia un film-esperienza. Inutile cercare di capire qualcosa in Cloverfield, non ci sono indizi da mettere insieme, non c’è un mistero da risolvere in maniera razionale, soluzioni per abbattere il mostro o ricacciarlo negli abissi. Cloverfield è una breaking news. È un fatto di cronaca. È una situazione che ti piove addosso, e che irrompe nella normalità mandandola in frantumi.

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DI fatto Cloverfield è un connubio di cose già viste gradevolmente amalgamate, volte a costruire il messaggio: “ciò che finora era un film, stavolta è vero”. Lo stile del falso documentario, in altre parole, in questo caso realizzato davvero molto bene.

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Il regista Matt Reeves

In questo amalgama non possiamo non riconoscere Godzilla, e anche qualche elemento rubato ad Alien (con rispetto parlando per il mostro sacro di Ridley Scott). La falsa ripresa in amatoriale invece rimanda chiaramente al citato The Blair With Project, un capostipite sotto questo punto di vista. Il film horror ha infatti reso famosa una tecnica di ripresa “finto-reale”, alla base non solo di film analoghi a Cloverfield (ad esempio Hardcore Harry, film sperimentale girato tutto in prima persona), ma anche dei mockumentary come District 9.

Il collante di Cloverfield è infatti questo ancoraggio tra il mondo narrato e il mondo dello spettatore. La ripresa finto-amatoriale ne è un elemento fondamentale, e la scelta di New York è un altro tassello. In fondo tutti conoscono New York, è forse la città che più di tutte si è vista al cinema. Le sue strade i suoi palazzi sono familiari a tutti gli spettatori: Manhattan, Central Park, Brooklyn, la 5th avenue, il Queens, Little Italy. Tutti luoghi noti anche a chi non ha mai attraversato l’oceano. Se succede a New York succede un po’ nella tua città.

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Ma il vero cortocirucito tra realtà e finzione è una risonanza con altre scene già viste su altri schermi, un rimando alle immagini che più di ogni pellicola sono entrate nel subconscio degli spettatori di almeno tre quarti del globo. Immagini di New York, che però non sono tratte da alcun film. Stiamo parlando dell’11 settembre.

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Cloverfield infatti gioca ossessivamente con i continui richiami alla tragedia delle Torri Gemelle, e i rimandi a quella tragedia sono palesi: la stessa dinamica di normalità infranta da un evento terribile ed inaspettato è una chiara metafora di quanto successo nella Grande Mela sette anni prima dell’uscita del film. Sotto questo punto di vista la scelta di Manhattan è un elemento fondamentale.

cloverfield[1]

Le scene di panico tra le strade, i negozi abbandonati, l’emergenza, le nuvole di fumo e polvere che occultano il mostro, il crollo dei palazzi. Ed i protagonisti che, per riprendere l’amica Beth, si avventurano nei due grattacieli gemelli fortemente danneggiati, le cui strutture potrebbero crollare da un momento all’altro, inghiottendo feriti e soccorritori. Il nome stesso dei grattacieli è parlante: Time Warner Center è tremendamente simile a World Trade Center.

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Queste immagini sono familiari per tutti noi, e fanno parte di un’esperienza indelebile per chi l’ha vissuta anche solo mediaticamente. Cloverfield fa leva su quell’esperienza traumatizzante che lo spettatore ha vissuto seguendo i servizi del crollo delle Torri Gemelle. Sostituisce gli aerei utilizzati con una creatura sbucata dal nulla, che altro non è se non un’incarnazione del Terrore: spaventosa nella sua distruzione ma sfuggente – non lo vediamo mai nella sua interezza. Tutto il resto è già esistito, è già accaduto. Questa risonanza innesca l’emotività del fruitore e costituisce l’elemento portante della sua sospensione di incredulità.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il film è stato anche accusato di speculare su quella tragedia.

The Art of the Tease[1]

Tanti aspetti di Cloverfield, dunque, non si possono definire originali. Eppure questo film nel suo insieme è tra i più interessanti degli ultimi anni, perché riesce ad aggiungere qualcosa al panorama di città distrutte da mostri, alieni e cataclismi vari. Un film ad alta spettacolarità che è in grado di trascinare in una situazione da ottovolante uno spettatore in cerca di emozioni forti, adatto ad una piacevole serata di fantascienza da intrattenimento.

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Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C’è un’opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.