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Coronavirus, Mulan rischia il default al botteghino

Mulan rischia e rischia grosso. Solo pochi giorni fa parlavamo della possibilità, tutt’altro che remota, che l’uscita italiana del nuovo live-action Disney finisca con lo slittare oltre alla data stabilita del 27 marzo a causa dell’epidemia di COVID-19, meglio noto come coronavirus. Gli studios cinematografici hanno tuttavia motivo di angustiarsi, più che per il mercato del Bel Paese, per l’impossibilità di raggiungere la Cina, ormai terra promessa dei blockbuster.

Il magazine Deadline ha quantificato le potenziali perdite di Walt Disney Pictures con l’astronomica cifra di $2 miliardi per il solo territorio cinese. I miliardi diventano però 4 se si conta che tutte le nazioni del mondo iniziano ad adottare nei confronti del virus atteggiamenti di profonda cautela. Le presenze di pubblico nelle sale è calata drasticamente e molti paesi occidentali, Italia compresa, stanno decidendo di imporre severe limitazioni sull’apertura dei cinema.

Nonostante il loro indiscutibile successo economico, i live-action Disney non hanno mai veramente attecchito nei territori asiatici, Mulan doveva essere il “rompighiaccio” con cui conquistarsi il fitto pubblico cinese e ora il rischio è quello di aver fatto un investimento a perdere. Un investimento non indifferente, se si considera che il budget del lungometraggio si aggira sui $200 milioni. Con l’intento di fare funzionare un simile azzardo, Disney ha ha puntato su un cast completamente orientale, ha indetto numerose proiezioni di prova in Cina e ha notoriamente tagliato delle scene pur di compiacere i gusti dei consumatori locali.

Le incognite della pellicola si estendono però oltre alla questione COVID-19. Mulan è stato valutato come PG-13, cioè viene sconsigliato a un pubblico minore di tredici anni e sarebbe pertanto inaccessibile a una fetta demografico tutt’altro che irrilevante. Liu Yifei, protagonista della pellicola, si è inoltre prodigata di suo nel complicare la vita agli studios. Ad agosto ha pubblicato sul social Weibo un post in cui sosteneva la polizia di Hong Kong, allora impegnata nel sedare le manifestazione dei dissidenti anti-establishment. Un messaggio che è piaciuto poco all’Occidente e ancor meno a Disney, azienda nota per ostracizzare il più possibile l’opinionismo politico, se espresso apertamente.