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Detroit: quando il cinema racconta la storia

Ci sono ferite, nella società americana, che sembrano non voler guarire. Periodicamente, queste lacerazioni dell’anima statunitense si riaprono, sconvolgendo la popolazione americana e spingendo l’opinione pubblica mondiale a guardare cosa accade in America e chiedersi: perché? Cercare una risposta non è semplice, la società americana è complessa, attraversata da una miriade di problematiche di difficile comprensione per chi non le vive. Che non è una motivazione, sia chiaro, per non guardare agli States e inorridire di fronte a certe brutture, ma cercando di comprendere quali siano le radici di queste asperità. Come ha cercato di fare Kathryn Bigelow con il suo Detroit, film da poco approdato su Netflix in un vergognoso silenzio, quando invece avrebbe meritato maggior evidenza, soprattutto alla luce di ciò che accade in questi giorni oltreoceano.

Il percorso per il riconoscimento dei diritti civili della popolazione afroamericana negli States è un percorso impervio e, nonostante certa retorica, ancora lontano dall’essere completo. Figure come Malcom X, Rosa Parks, Martin Luther King e John Lewis hanno cercato di dare una svolta a questa avanzata sociale, raggiungendo alcuni traguardi ma trovandosi sempre, alla lunga, di fronti a muri apparentemente insormontabili. Muri dove i mattoni lasciano il posto a manganelli, promesse disattese e proiettili, che hanno vanificato anni di dialogo e esarcebato animi già al limite.

La settimana di violenza che sconvolse Detroit

Una lotta che non ha lasciato indifferente il mondo della letteratura, del cinema e dell’arte. Fumetti, canzoni e film hanno cercato di raccontare questi sforzi, ricostruendo un percorso ideale della centenaria lotta per la popolazione afroamericana nel trovare spazio in una terra che sembra non voler aprirsi totalmente alla loro presenza. Da graphic novel come March a film come Mississippi Burning, I’m not your negro o Green Book, sono molti gli sforzi fatti per comprendere questa lotta umana, ma spesso si dimentica di contestualizzare in modo preciso le origini di questa battaglia.

In Detroit, la Bigelow affronta anche questo aspetto, inserendolo all’interno di uno dei momenti più bui del ‘900 americano, la Rivolta di Detroit dell’estate del 1967. Difficilmente, fuori dagli States, si cita questo capitolo sanguinoso dell’America contemporanea parlando della lotta dei diritti civili, eppure è un tassello essenziale di questo percorso.

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Il passaggio del Voting Rights Act per il movimento afroamericano fu un passaggio epocale, ma la strada era ancora lunga, e si innestava su una politica sociale figlia del primo dopoguerra. Al termine del primo conflitto mondiale, dal sud degli States partì un flusso migratorio incredibile che dalle piantagioni di conte sperava di trovare maggior fortuna nelle industrie della Rust Belt, dove la manodopera era ricercata in gran quantità. Gran parte di questo flusso si concentrò a Detroit, dove si creò una forte comunità afroamericana, che venne progressivamente ghettizzata.

Questo riepilogo occupa i primi minuti di Detroit, scelta intelligente per dare allo spettatore un primo riferimento sulle condizioni sociali della città. Una polveriera che esplode nell’estate del ’67, quando una serie di azioni energetiche e brutali della polizia, principalmente bianca, colpiscono la popolazione di colore di Detroit. La prima scintilla è una retata in club privato, dove si sta festeggiando il ritorno dal Vietnam di due soldati afroamericani, eseguito con una certa irruenza e che genera un malcontento nella popolazione, che reagisce avviando una settimana di fuoco, che contempla distruzione e saccheggi.

Da Washington, il presidente Johnson reagisce inviando l’esercito e la Guardia Nazionale in supporto alle forze dell’ordine locale. Scelta che si rivelerà drammatica, genesi di situazioni estreme che porteranno ad una delle più tremende rivolte popolari della storia americana moderna.

Raccontare il lato oscuro dell’America

In Detroit la Bigelow vuole raccontare questi giorni apocalittici, cercando di mantenere un occhio apparentemente obiettivo su quanto accaduto. Intenzione lodevole e in parte rispettata, che trova corpo in un film in cui si inseriscono spezzoni originali del periodo e che mira a creare un racconto emotivo, da cui traspaiano il terrore, la rabbia e quel senso di ineluttabile tragedia che si respirava a Detroit in quel periodo.

La costruzione emotiva del film è giustamente opprimente, si anima con passaggi in cui lo spettatore viene costretto a guardare impotente l’evolversi di una situazione che può avere un solo finale. Dall’arresto dei festaioli sino alla morte della piccola Tanya Blanding, uccisa dai militari perché scambiata erroneamente per un cecchino, Detroit è un racconto sconvolgente e straziante di un’escalation di violenza che vorrebbe essere una spiegazione di quanto accaduto, ma non lascia allo spettatore la sensazione di comprendere questa complessa dinamica sociale, quanto piuttosto la consapevolezza che nulla è sostanzialmente cambiato. Non basta la prima presidenza di un afroamericano, non sono sufficienti gli idoli sportivi afroamericani come Michael Jordan, nell’animo della società americana questi umori velenosi continuano ad agitarsi, in attesa di eruttare nuovamente.

Nel suo film, la Bigelow si focalizza sugli eventi più cruenti e violenti di questa settimana di sanque, giustamente puntando il dito sulla ferocia della polizia, così ben ritratta da creare un’inquietante eco con immagini recenti. La distruzione, fisica e morale, di Detroit è sempre ben presente, vive negli scenari da guerriglia in cui fumo e fiamme illuminano le notti di Detroit, si fa evidente nei dialoghi di ambo le parti coinvolte, tra razzismo e disperazione divenuta odio e violenza.

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La caratterizzazione di questa violenza viene trasmessa tramite una narrazione, specialmente visiva, volutamente caotica e confusa, in cui si cerca di stravolgere l’emotività dello spettatore mostrando lo stesso spaesamento che viveva parte della popolazione di Detroit in quei giorni. Dal giovane operaio di colore che cerca di arrivare alla sua fabbrica ai poliziotti bianchi che pattugliano la città avvolta dal fumo come fossero cacciatori, la scelta di situazioni fatta dalla Bigelow è pensata per acuire il terrore e il livore della popolazione di colore, contrapposto alla violenza e brutalità della polizia americana, gettando lo spettatore dentro il maelstrom emotivo che scuoteva in quei giorni Detroit.

Detroit è un film che vuole raccontare un capitolo di storia americana, riuscendoci in parte. È innegabile la volontà di dare a chi non ha vissuto questi tragici momenti un resoconto della settimana di violenza vissuta da Detroit, ma manca, per onestà intellettuale, un più ampio preambolo che definisca come la retata di inizio film sia stata una scintilla che innesca una polveriera che stava già per esplodere, come dimostreranno gli eventi simili, seppur di minor portata, che toccheranno nei tempi successivi a Chicago e Baltimora.

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Si tratta, dunque, di un film politico? Difficile eliminare la componente politica da una pellicola simile, visto che l’argomento è ancora oggi una spina nel fianco delle amministrazioni americane. Sarebbe più corretto definirlo un film d’impegno sociale, che può essere influenzato da una visione personale della regista, ma che vuole confrontarsi comunque con uno dei grandi temi della società americana. Con Detroit la Bigelow offre uno spaccato di caos e distruzione che rispecchia le contraddizioni dell’America, incapace di affrontare le richieste di parte della sua popolazione, trasformando dei cittadini in disperati pronti a sentirsi perduti a tal punto da vedere nella violenza e nella ribellione l’unica arma loro rimasta. Un’arma affilata da chi dovrebbe invece contenerla, generando un circolo vizioso che periodicamente insanguina le strade americane. Una lotta continua che vede la nascita di martiri come Rodney King o George Floyd.

Detroit, come altre opere, affronta questo fantasma della coscienza americana con un taglio sicuramene personale, ma è anche un modo di prendere contatto con una realtà spesso dimenticata, che non è fatta solo di martiri ma anche di anime perdute, figlie di un’America che non intende prendere coscienza dei propri errori e costretta ciclicamente ad affrontare la follia della propria incuria.